JUAN DIEGO FLOREZ, IL NUOVO RE DEL “BELCANTO”.

Juan Diego Florez, colui che, a buon diritto, si può considerare il più grande tenore belcantista contemporaneo, impegnato in questi giorni agli “Arcimboldi” con “L’Italiana in Algeri”, di cui è prossima l’uscita del suo nuovo recital per la Decca, “Una furtiva lagrima”, ha ricevuto, sabato scorso, il “Premio Tamagno”, riconoscimento creato ventidue anni orsono dagli “Amici della Lirica” di Varese, i quali portano il nome dello storico cantante.

Nomi illustri lo hanno ritirato, da Del Monaco (il primo, nel 1981) a Ferruccio Tagliavini, da Cappuccilli a Bergonzi, a Bechi, Panerai, Nucci, per citarne solo alcuni.

Ora è, giustamente, toccato a Florez, una delle stelle più fulgide del panorama internazionale.

Florez, classe 1973, nato a Lima, in Perù, è balzato ai meritati e lusinghieri onori della cronaca in occasione delle rappresentazioni della “Matilde di Shabran” di Rossini, nel 1996, durante il Festival dedicato al Cigno di Pesaro. Ascoltato con entusiasmo dal sovrintendente scaligero, Carlo Fontana, fu da questi invitato a Milano per un’audizione con Riccardo Muti, il quale decise di scritturarlo per l’“Armide” di Gluck, che, quell’anno, inaugurava la stagione lirica del più importante teatro d’opera milanese.

Da quel momento per Florez si apre una carriera dorata, che lo vede calcare i più importanti palcoscenici del mondo, da Milano a Verona, Roma, Torino, Londra, Vienna, Siviglia, San Francisco, Parigi, Philadelphia, per citarne solo alcuni. Florez canta con i massimi direttori ed interpreti, incide, in sala di concerto, cd, altri ritraggono le sue esibizioni “dal vivo”, firma, da ultimo, un contratto in esclusiva con la Decca, l’etichetta prestigiosissima inglese.

Il suo repertorio, prevalentemente dedicato alla musica del primo trentennio dell’Ottocento, prevede anche opere del Settecento, quali “Nina, ossia la pazza per amore” di Paisiello, o del novecento: a tale proposito si ricorda il successo de “Il cappello di paglia di Firenze”, nel 1998, alla Scala.

Un’autentica stella del belcanto, dunque, ma non un divo: raggiunto da noi per intervistarlo, Florez mantiene la cortesia e la gentilezza che contraddistinguono le persone veramente grandi, quelle che hanno il coraggio di restare semplici, amabili, realmente cortesi. Anche se decidiamo di non percorrere le tappe della carriera, ma di parlare, soprattutto, d’interpretazione, è d’obbligo, però, cominciare con il debutto, che fu, tra l’altro, un’occasione molto particolare.

Maestro, cosa ricorda del suo debutto pesarese nella “Matilde di Shabran” e come avvenne?

Il ricordo è, senz’altro, bellissimo. Fu il primo successo. Ero arrivato a Pesaro per sostenere una piccola parte nel “Ricciardo e Zoraide” per il quale, però, ricoprivo anche, qualora ce ne fosse stato bisogno, il ruolo del protagonista maschile; le prove erano andate molto bene ed anche gli altri cantanti mi assicuravano che ero bravo e che non avrei dovuto preoccuparmi per le rappresentazioni. Ad un certo punto, per la “Matilde”, il tenore previsto cancellò l’impegno. Luigi Ferrari, allora direttore artistico del Festival, grazie anche alla proposta dei colleghi venne da me e mi chiese se avessi voluto affrontare il ruolo di Corradino. Gli assicurai che, durante la pausa per il pranzo, avrei dovuto leggerla e che gli avrei dato, quindi, una risposta. Andai a pranzo, ma non guardai la parte. Avevo già deciso di farla. Allora non mi fermavo ancora a riflettere per una scrittura. Ero molto giovane e debuttavo, perciò affrontai, anche con un po’ d’incoscienza, la parte.

Che fu un ottimo successo di critica e di pubblico e che la portò alla carriera internazionale e alla specializzazione in Rossini: a tale proposito, come affronta i personaggi seri e quelli comici del Pesarese, vi sono delle differenze? Le differenze stanno, soprattutto, nella recitazione, non tanto nell’impostazione del canto. I personaggi delle opere comiche sono più vitali, direi quasi, più veri, dinamici; agiscono, fanno, si travestono – mi diverto tanto a travestirmi ed il Conte Ory, in tal senso, è uno dei miei ruoli preferiti – si muovono. Quelli appartenenti all’opera seria sono maggiormente statici, ma è un retaggio del classicismo settecentesco, per quanto riguarda la vocalità, invece, non vi è differenza, al massimo alcuni personaggi “tragici” possono avere una tessitura molto acuta ed una coloratura fittissima, come, ad esempio avviene per Idreno nella “Semiramide”.

Esperto rossiniano sì, ma, poi, lei ha aggiunto al suo repertorio parti scritte da Donizetti e da Bellini. Come affronta la differenza di scrittura e d’interpretazione?

Bisogna passare gradatamente da un ruolo all’altro. Dopo avere cantato “La Sonnambula”, che prevede una linea vocale più lineare, rispetto a quelle scritte da Rossini, ad esempio, bisogna impegnarsi nel fare molti esercizi e vocalizzi per alleggerire il peso vocale e per affrontare, il Pesarese. Ogni ruolo ha una vocalità ben precisa e differente: non è possibile affrontarli allo stesso modo, anche se Rossini, Donizetti e Bellini hanno in comune la matrice del “bel canto”.  

E per cantare un autore del Novecento come Rota, di cui lei ha interpretato alla Scala “Il cappello di paglia di Firenze?”

Rota si avvicina molto a Rossini, anche perché, in quest’opera, soprattutto cita, o rifà con la sensibilità novecentesca: lo stile brillante del lavoro fa pensare ai capolavori comici del primo ottocento. Però mescola anche altri stili: il canto va controllato, ora è dispiegato, ora sillabico, e questo fa sì che non ci si possa accostare, se non con tanto studio.

Lei ha già affrontato molti ruoli, ma quale opera le piacerebbe interpretare? Non ho desiderio di cantare un ruolo determinato, anche perché sono soddisfatto di quanto faccio. Se proprio dovessi cercarne uno, sarebbe un personaggio che amava moltissimo Alfredo Kraus, che, personalmente, stimo molto e che mi piacerebbe seguire: il Duca di Mantova nel “Rigoletto”. Potrei farlo tra molto tempo, ma è un ruolo che si adatta al mio tipo di vocalità: è un personaggio tradizionale che può essere eseguito ancora, senza sbagliare, come faceva, del resto, Kraus, in chiave belcantista.

Un’ultima domanda: giacché l’ha incisa nel suo recital di prossima uscita, cosa pensa del “feticcio” dei melomani, “Ah mes ami” da “La fille du régiment”?

Dal punto di vista edonistico è piacevolissima, perché Donizetti ricorre ad uno stile brillante, spumeggiante, sciolto, direi. Per quanto riguarda la difficoltà, è vero che ci sono i celebri otto do, ma, come mi diceva una volta anche Pavarotti, se li hai nelle tue corde non sono l’aspetto più difficile. La seconda aria, con il legato, le mezzevoci, è senz’altro più complessa e, se ben eseguita, può soddisfare anche di più.

Bruno Belli.