FAUST - DIALOGO DI REGIA: 
INTERVISTA CON EIMUNTAS NEKROŠIUS

dal programma di sala del Teatro alla Scala

 

Come regista del Faust di Goethe, trova più interessante Faust o Mefistofele? 

Non saprei… Si tratta di personaggi letterari. Come regista, ho il dovere di dividere la mia attenzione tra tutti i personaggi in modo equilibrato, senza farli soggiacere alle mie simpatie. Si tratta di un’opera che ho trattato con rispetto. Avevo l’obbligo di trasmetterla in un linguaggio teatrale. 

Che tipo di diavolo è il Mefistofele di Faust? La casistica è infinita, ci sono i diavoli della religione, quelli medioevali, fino ai diavoli de Il maestro e Margherita di Bulgakov… Come lo vede questo diavolo goethiano, poi passato a Gounod?

Lo trovo piuttosto simpatico. Per me è un diavolo umano. Mi dispiace: purtroppo nessuno l’ha mai incontrato... Ha tuttavia una particolarità eccezionale: più ti arrabbi, più lo odi, e più il diavolo diventa bello, buono e rubicondo. È l’unico personaggio della letteratura che si irrobustisce grazie alla mancanza d’amore. Più lo detesti e più diventa simpatico e attraente.

Lei, come lituano, e comunque legato alla cultura del mondo russo, vede il diavolo in modo differente rispetto al gentiluomo francese che ne ha fatto Gounod? 

Sì, direi proprio di sì. Nelle diverse culture anche il diavolo può prendere forme diverse. Nella nostra tradizione il diavolo ha il senso dell’umorismo. Nel nostro folklore viene presentato come un tipo buffo. Ha la capacità di scherzare. Ha sempre la battuta pronta e conserva molti tratti umani. In questo spettacolo molto dipende dall’interprete. E quell’impercettibile “non so che” può essere decisivo nella rappresentazione. Certo non vorrei che Mefistofele venisse fuori in modo brutale e antipatico… Lo sento un personaggio vero, molto vicino a noi. 

Faust e Mefistofele sono in qualche modo due personaggi complementari. Hanno tratti in cui si assomigliano. Sono forse uno la proiezione dell’altro? Qual è il loro legame? E quale la loro differenza? 

Vorrei evitare risposte astratte. Però Mefistofele viene evocato dai pensieri di Faust. 
Si riesce spesso a evocare ciò che si pensa. Se hai pensieri luminosi raggiungi la luce, se hai pensieri oscuri cala il buio. Faust attira Mefistofele, non il contrario. Il problema è tutto in Faust. È lui che cerca… e qualcuno allunga la mano. In parte Mefistofele è già dentro Faust: è lui che l’ha percepito. 

Il Faust di Gounod non è uno scienziato che ha un’avventura intellettuale, come quello di Goethe. È solo un anziano che vuole tornare giovane perché vuole rivivere l’amore. Cosa pensa di questo Faust di Gounod, tanto amato dal pubblico e a volte poco considerato dagli intellettuali? 

Non vedo in Faust un personaggio eccezionale. È piuttosto uno di tanti. Quando si è vissuto molto, e magari si è alla fine della vita, capita di ricercare ancora. Ci si aggrappa a qualcosa. Vorremmo tutti prolungare la nostra esistenza. Il libretto scritto per Gounod riprende molti versi di Goethe. E quanto Gounod si allontani dall’originale goethiano è per me molto difficile da valutare, perché la musica a volte sfugge. Vi dirò che non mi sento così preparato musicalmente per cogliere le sottili differenze profonde fra opere così diverse e importanti. Se poi gli intellettuali non la amano e il pubblico sì, direi che non dobbiamo stabilire chi abbia ragione. Le persone non dovrebbero essere divise in “giuste” e “non giuste”. Potrei rispondervi con una domanda: il problema che riguarda un Faust attuale non è forse simile, tanto per gli uomini quanto per le donne? Goethe è riuscito a generalizzare e a riassumere i desideri di tutti quanti noi, in tutti i tempi, come se avesse trovato una formula giusta per esprimere una cosa molto semplice e solo in apparenza molto complicata. Dipende da come ti avvicini, da quale punto di vista la tratti. Ognuno di noi, dopo aver vissuto un po’ su questa terra, sente e vive problemi del genere. 

Quindi il mito di Faust, messo in musica da Gounod, anche se in versione più sentimentale, ha la stessa forza? 

Credo di sì. La storia stessa, pur accorciata, ha una sua forza intrinseca, grazie alla costruzione del tema, al senso del tempo che passa. C’è dentro una conoscenza perfetta della natura umana, a partire dal personaggio mitico, dall’archetipo. Pensiamo per esempio all’Idiota di Dostoevskij: se il titolo non fosse “idiota”, ma, diciamo, “imbranato”, o qualcosa del genere, avrebbe avuto un contesto diverso. A volte è importante la precisione di una sola parola. Anche qui Goethe è riuscito a trovare una formula narrativa perfetta. Non voglio certo instaurare un confronto fra Faust e L’idiota – sono opere non paragonabili – dico che entrambi sono entrati nei nostri desideri, nelle nostra speranze: hanno colto sogni e aspirazioni che sono in ognuno di noi.
Anche a causa della brevità, il libretto scritto per Gounod è senz’altro semplificato. Però, se si fosse cercato di rendere la complessità poetica della fonte di Goethe, forse non ne sarebbe venuta fuori un’opera così schietta ed efficace. Penso che Gounod lo abbia fatto in piena coscienza. Senz’altro, per me, la seconda parte del Faust di Goethe, quella che non ritroviamo nell’opera, è molto più interessante sotto tutti i punti di vista. Ma se pensiamo che è già tanto difficile da leggere, e ancor più da rappresentare, questa seconda parte giace di fatto senza essere sfruttata e ricordata dal grande pubblico. 

Ci parlerebbe di Margherita? È una specie di opposto del personaggio di Faust? Uno è complesso e ha in sé una parte di Mefistofele; invece Margherita è un essere semplicissimo, puro, sentimentale, ma anche passionale. 

E chi può dire quale sia la realtà più preziosa? Le esperienze della vita accumulate da Faust o questa trasparenza di Margherita, questa sua limpidezza? Abbiamo di fronte un bel punto interrogativo. Chi sa cosa ha maggior valore? 

Sappiamo che nel mito di Faust a volte c’è la salvezza e a volte la dannazione. Ci sono casi in cui va in paradiso e altre volte in cui va all’inferno, come in Marlowe. Il Faust di Gounod è un Faust che si salva o un Faust colpevole? 

Veramente non saprei… Mi sembra personalmente che sia un Faust in cammino: continua ad andare avanti. Si è messo su una via e procede nel suo viaggio. E la fine non ha grande importanza.

Ci direbbe qualcosa sul suo spettacolo? Cosa si può attendere il pubblico? Com’è visivamente? Com’è la recitazione? 

Ho l’abitudine di non parlare dei miei lavori prima del debutto. A volte descrivi sensazioni che il pubblico poi non ritrova. Non tutto ciò che hai in mente arriva in sala. Una dichiarazione può promettere qualcosa che nel frattempo non si è realizzato. Preferisco sempre astenermi, essere riservato sul mio lavoro. Mi sforzo di non immaginare e descrivere la vita dello spettacolo finito. A volte ti impegni, accumuli forza e sentimenti, ma qualcosa si mette di traverso, e l’effetto non arriva. Credo che in arte tutto dipenda più dalla casualità che da una volontà programmata. Solo quando molti elementi coincidono, nasce qualcosa. Altre volte, invece, è come se ci fossero tutti gli ingredienti, ma senza l’anima. L’accensione di un’anima è un qualcosa di difficile da prevedere. 

Come vede Faust, con quali colori? Per esempio rispetto al suo famoso allestimento del Faust di Goethe, pieno di simbologie? 

Ho pensato innanzitutto a un luogo: non a una città in sé, ma a una periferia. Sono partito da una periferia: c’è una piazza, ma sempre fuori dalle mura. Per me è importante. C’è una differenza  tra il centro e la periferia. L’idea dello spettacolo è la periferia di una città, non il suo centro. Da questa ambientazione prende le mosse la genuinità e il primitivismo di tutto quello che succede nello spettacolo. Amerei riuscire a dare vita alla festa che vi si svolge. Ci sarà anche qui, come nello spettacolo che avete ricordato, una scena con i libri aperti. Ci sarà anche un modo diverso e inconsueto di trattare Mefistofele. Forse è un’intuizione audace, e non so ancora come ci riuscirò. Dipende anche dal lavoro con il coro, non ancora iniziato. Alcune mie idee sono forse rischiose. Alcune però non sono ancora state verificate. A volte ho certe idee, ma mi scontro con la musica e ci devo rinunciare: cantando non si riescono sempre a realizzare le cose che avevo in mente.
Per la recitazione, tutto si deve basare sulla voce e sul suo primato, come è giusto che sia in un’opera musicale per la quale ho grande rispetto. Il pubblico viene ad ascoltare i cantanti e a volte, con i tuoi mezzi teatrali, con le tue proposte, puoi solo rovinare, guastare l’effetto d’insieme, distogliendo il pubblico dalla musica. Io cerco di badare molto alle esigenze dei cantanti. Non c’è niente di più bello di una bella voce. È meglio non disturbarla. Così, come con le medicine, è opportuno innanzitutto “non nuocere”.

  

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