UNA NOTA STORICA SULL’INNO DI MAMELI.

Gli Italiani conoscono poco della loro cultura, sia essa storica ed è un fatto grave), sia artistica (lo è, forse, un po’ meno, ma è ugualmente indegno per un popolo che voglia essere considerato civile).

Sono almeno tre settimane che si sente gracchiare da più parti a proposito (ed a sproposito) dell’Inno di Mameli (nome convenzionale per una pagina che, come titolo originale porta Canto degli Italiani): cantarlo, non cantarlo, eseguirlo ad alcune cerimonie pubbliche, oppure no? E perché i calciatori non lo sanno? Lasciamo correre le questioni propriamente politiche o d’intellettivi dei nostri baldi giovani azzurri, quanto più concentriamoci, dato anche il taglio di Classicaonline, sul valore culturale di questa pagina, dicendo qualcosa anche della musica. Insomma, se permettete, mi piacerebbe raccontare qualcosa su questa pagina letterario musicale che, magari, non tutti conoscono nei particolari.

Nonostante la patria fosse stata chiamata da più parti, il nostro Stato ci venne dall’alto: dati alla mano, non avremmo avuto l’Italia, se un Cavour, con l’aiuto in parte dei Francesi, in parte di altri alleati di lungo, o breve, corso non avessero appoggiato il Conte che aveva compreso che era possibile unire l’Italia solo da un’intelligenza comune sostanzialmente diplomatica (in altre parole, la sua e quella di D’Azeglio). Eppure credo che mai come nel nostro paese il secondario problema di un Inno avrebbe suscitato tanto vespaio. Per gli altri popoli, l’inno è il loro e non lo discutono, perché fa parte delle tradizioni.

Noi abbiamo un Inno che la Storia ci ha consegnato, ma nato nell’ambito particolare del settembre del 1847, tanto è vero che, l’anno successivo, Mazzini stesso invitava Verdi, allora a Parigi, a comporre un nuovo inno che sarebbe dovuto essere “la marsigliese degli Italiani”, sempre su testo di Mameli, “Suoni la tromba”, pagina che il musicista stese, ma che, per diverse ragioni, rimase inedita e giace tuttora negli archivi Ricordi.

E’ lecito, pertanto, anche esprimere l’opinione sulla qualità artistica, sebbene, per un inno, non sia la motivazione prima da ricercarsi in esso. Un’opinione non dovrebbe offendere un popolo sicuro della propria storia e delle radici comuni, sicuro, pertanto, di se stesso: si teme, infatti, non quanto si conosce, ma ciò che non si sa.

Ed ora: questo benedetto Inno che cos’è? Lo dobbiamo cantare, o no?

Lo dobbiamo conoscere: questo sì, perché riguarda tutti noi. Fa parte della nostra cultura (un po’ come “La donna è mobile”), la cultura schietta: l’insieme d’usi, consuetudini, patrimonio di un popolo. E’stato scelto provvisoriamente come Inno Nazionale con l’avvento della Repubblica.

Fino alla caduta di Mussolini l’inno d’Italia era la “Marcia Reale” commissionata a Giuseppe Gabetti da Carlo Felice re di Sardegna nel 1831, esattamente dieci anni dopo l’invito di Manzoni a conseguire la patria come “una d’arme, di lingua, d’altare,/di memorie, di sangue, di cor” (ecco la “cultura schietta”). Dopo la caduta del regime fascista, per qualche tempo, furono impiegati, all’occorrenza, alternativamente l’“Inno del Piave” di Mario ed “Fratelli d’Italia”. Quest’ultimo, come accennavamo, era stato scritto da Mameli, musicato da Novaro e, con il titolo “Canto degli Italiani”, aveva immediatamente acquisita una vastissima popolarità.

Dopo la proclamazione della Repubblica, l’“Inno di Mameli”, denominazione con la quale, oggi, è conosciuto, è stato adottato come Inno nazionale provvisorio. Infatti, il concorso per la composizione di un nuovo inno è tuttora aperto, anche se non se lo ricordava più nessuno, tanto più che Ciampi, durante il mandato presidenziale, tornò a conferire il valore storico all’Inno di Mameli – Novaro (che fu suonato anche alla Scala, durante il concerto che apriva le celebrazioni Verdine del 2001).

Piaccia o no, abbiamo questo testo, perché un dato momento storico lo ha “ufficializzato”. Del resto, anche il tanto citato Inno tedesco è una rielaborazione di Haydn della melodia del suo “Kaiser-Quartett”). E’ la Storia che detta le scelte e che dovrebbe insegnare; l’Intelligenza, poi, deve conservare, preservare, valutando il meglio e il peggio d’ogni momento politico. La Democrazia, sebbene forma di governo la più imperfetta, secondo gli stessi Greci che la crearono, rimane, quantomeno, la migliore.

I cittadini dovrebbero meglio partecipare dello stato: inno a parte, ai politici dovremmo richiedere la prima regola della politica: il dialogo con il cittadino. Con, o senza inno, ma con l’Intelligenza che guidi entrambe le parti.           

Bruno Belli.

 

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