GAETANO DONIZETTI, MARINO FALIERO

Surian , Stanisci, Grassi, Magrì. Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival “Gaetano Donizetti”, Bruno Cinquegrani.

2 cd Naxos 8.660303-04.

Interpretazione: ***

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Aveva ragioni da vendere Giuseppe Mazzini nella “Filosofia della musica” del 1836, quando indicava come opera di gran valore il Marino Faliero di Donizetti, ascoltata da lui più volte al Teatro degli Italiani, in occasione della prima, il 12 marzo 1835. E’, in effetti, un lavoro d’ampia concezione teatrale, dove vari elementi si mescolano con massimo equilibrio, grazie ad un’ispirazione elevata del musicista che compose la partitura consapevole del contemporaneo debutto parigino di Bellini a Parigi.

Nel lavoro che Donizetti compì, ricevendo, al termine, consigli diretti da parte di Rossini, che fece la medesima cosa con Bellini per I Puritani, su alcuni ritocchi da apportare, il compositore ebbe presente di avere a disposizione un quartetto di cantanti tra i primi d’Europa, Giulia Grisi, Rubini, Lablache e Tamburini, gli stessi che preparavano anche l’opera belliniana.

Il successo non fu paragonabile a quello de I Puritani, la sera del 25 gennaio 1835: in parte si spiega non sulla base della qualità della musica, o sullo stato di salute dei protagonisti, ma sulla proposta di ruoli vocali abbastanza lontani dalle convenzioni dell’epoca, insomma ruoli abbastanza inediti. E’, infatti, affatto indicativo che la coppia "baritono e basso" rivesta maggiore importanza rispetto a quella tradizionale "tenore e soprano", giacché il protagonista (basso) è al centro tanto di vicende politiche, quanto private.

Tale ruolo, una figura maestosa ed autorevole, è espressa da Donizetti tramite una vocalità declamatoria, anche nei cantabili: si tratta, pertanto, di una novità rispetto alla comune trattazione della voce da parte del Bergamasco, fatto che fu evidente proprio a Mazzini, il quale indicava in questo stile la possibilità maggiore di sviluppo del melodramma italiano, quale mezzo e veicolo fondamentale per la diffusione delle idee di patria e libertà che, tra l’altro, sono le colonne portanti della struttura drammaturgica del Faliero.

La commistione degli stili – elegiaca, amorosa, accenti patriottici e vibranti, cori incisivi – ci pone di fronte ad un capolavoro che circolò meno d’altri titoli donziettiani, in virtù proprio della particolarità musicale (Verdi porrà protagonisti basso e baritono in tempi ben più avanzati, solo con il Simon Boccanegra e con Don Carlos) e dell’occhio vigilie, in Italia, della censura. Per comprendere l’arditezza di Donizetti, basti citare il finale, culmine espressivo dell’opera, frutto di grande intuito drammaturgico, che non si poggia su di un’aria della protagonista (come, ad esempio, nella Lucrezia Borgia o nel Roberto Devereux, ad ogni modo, capolavori assoluti del Bergamasasco), ma con un duetto – il cantabile Santa voce al cuor mi suona è tra le più belle melodie di Donizetti e non è un caso che fu utilizzata, subito, in un apocrifo, per un Ave Maria a due voci – che sfocia direttamente nel concitato finale, dove Elena rimane sola in scena, per alcune brevi battute, mentre Falliero è giustiziato nel retroscena.

Per ascoltarlo nella sua grandiosa concezione servono interpreti in grado di guidare la propria voce ed una visione d’insieme da parte del direttore d’orchestra.

La presente edizione denota un enorme sforzo di tutti, raggiungendo esiti molto buoni, senza riuscire, però, a toccare vertici che rendano piena giustizia al capolavoro: Giorgio Surjan, infatti, arriva al ruolo con la giusta maturità dell’esperienza di cantante, ma con la voce prosciugata dello smalto che vantava un tempo. Rimane, però, un protagonista credibile e sufficientemente autorevole, accanto ad un buon Luca Grassi nella parte di Bertucci. Rachele Stanisci è molto brava laddove sia chiesta la capacità di cantare a mezza voce poggiando sul fiato – ed il duetto finale è, infatti, la gemma anche di quest’esecuzione.

Ivan Magrì riesce a non sfigurare nella sua parte ed è complimento per un ruolo pensato per Rubini. Cinquegrani dirige con decoro orchestra e coro nulla più che molto volonterosi.

Ad ogni modo, un’opera che deve essere conosciuta.

Bruno Belli.

 

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