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GAETANO DONIZETTI Surian , Stanisci, Grassi, Magrì. 2 cd Naxos
8.660303-04. Interpretazione: ***
Nel
lavoro che Donizetti compì, ricevendo, al termine, consigli diretti da
parte di Rossini, che fece la medesima cosa con Bellini per I Puritani,
su alcuni ritocchi da apportare, il compositore ebbe presente di avere a
disposizione un quartetto di cantanti tra i primi d’Europa, Giulia
Grisi, Rubini, Lablache e Tamburini, gli stessi che preparavano anche
l’opera belliniana. Il
successo non fu paragonabile a quello de I Puritani, la sera del 25
gennaio 1835: in parte si spiega non sulla base della qualità della
musica, o sullo stato di salute dei protagonisti, ma sulla proposta di
ruoli vocali abbastanza lontani dalle convenzioni dell’epoca, insomma
ruoli abbastanza inediti. E’, infatti, affatto indicativo che la
coppia "baritono e basso" rivesta maggiore importanza rispetto
a quella tradizionale "tenore e soprano", giacché il
protagonista (basso) è al centro tanto di vicende politiche, quanto
private. Tale
ruolo, una figura maestosa ed autorevole, è espressa da Donizetti
tramite una vocalità declamatoria, anche nei cantabili: si tratta,
pertanto, di una novità rispetto alla comune trattazione della voce da
parte del Bergamasco, fatto che fu evidente proprio a Mazzini, il quale
indicava in questo stile la possibilità maggiore di sviluppo del
melodramma italiano, quale mezzo e veicolo fondamentale per la
diffusione delle idee di patria e libertà che, tra l’altro, sono le
colonne portanti della struttura drammaturgica del Faliero. La
commistione degli stili – elegiaca, amorosa, accenti patriottici e
vibranti, cori incisivi – ci pone di fronte ad un capolavoro che
circolò meno d’altri titoli donziettiani, in virtù proprio della
particolarità musicale (Verdi porrà protagonisti basso e baritono in
tempi ben più avanzati, solo con il Simon
Boccanegra e con Don Carlos)
e dell’occhio vigilie, in Italia, della censura. Per comprendere
l’arditezza di Donizetti, basti citare il finale, culmine espressivo
dell’opera, frutto di grande intuito drammaturgico, che non si poggia
su di un’aria della protagonista (come, ad esempio, nella Lucrezia
Borgia o nel Roberto Devereux,
ad ogni modo, capolavori assoluti del Bergamasasco), ma con un duetto
– il cantabile Santa voce al cuor mi suona è tra le più belle
melodie di Donizetti e non è un caso che fu utilizzata, subito, in un
apocrifo, per un Ave Maria a
due voci – che sfocia direttamente nel concitato finale, dove Elena
rimane sola in scena, per alcune brevi battute, mentre Falliero è
giustiziato nel retroscena. Per
ascoltarlo nella sua grandiosa concezione servono interpreti in grado di
guidare la propria voce ed una visione d’insieme da parte del
direttore d’orchestra. La
presente edizione denota un enorme sforzo di tutti, raggiungendo esiti
molto buoni, senza riuscire, però, a toccare vertici che rendano piena
giustizia al capolavoro: Giorgio Surjan, infatti, arriva al ruolo con la
giusta maturità dell’esperienza di cantante, ma con la voce
prosciugata dello smalto che vantava un tempo. Rimane, però, un
protagonista credibile e sufficientemente autorevole, accanto ad un buon
Luca Grassi nella parte di Bertucci. Rachele Stanisci è molto brava
laddove sia chiesta la capacità di cantare a mezza voce poggiando sul
fiato – ed il duetto finale è, infatti, la gemma anche di
quest’esecuzione. Ivan
Magrì riesce a non sfigurare nella sua parte ed è complimento per un
ruolo pensato per Rubini. Cinquegrani dirige con decoro orchestra e coro
nulla più che molto volonterosi. Ad
ogni modo, un’opera che deve essere conosciuta.
Bruno Belli.
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