ROSSINI TOGLIE LA MASCHERA

Gaia Servadio
Gioacchino Rossini. Una vita.
294 pagg. Feltrinelli, Milano, 2015.

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Uscita tradotta nel 2004 presso Flaccovio Editore, la biografia di Rossini scritta da Gaia Servadio in Inglese (in Gran Bretagna fu pubblicata nel 2003), si leggeva con interesse e con la piacevolezza che accompagna un ottimo romanzo, poiché la giornalista e scrittrice ha l’indubbio talento di raccontare la vita, senza cedimenti all’agiografia e senza evitare di toccare anche gli aspetti meno edificanti del personaggio (in tal senso, chi abbia letto la sua Traviata, in altre parole Giuseppina Strepponi comprende benissimo tale affermazione).

Ora, per Feltrinelli, la Servadio ha largamente rielaborato quel testo, con passione e con documentazione certosina: ci regala, senza dubbio, la migliore biografica che del Grande musicista si possa consultare oggi. Come è posto in evidenza fin dalla quarta di copertina (dove, per altro c’è un evidente errore, giacché il Barbiere di Siviglia debuttò nel febbraio del 1816 e non nel 1815, sicché, il bicentenario del capolavoro comico rossiniano cadrà l’anno prossimo), l’autrice pone come fulcro della sua indagine il perché Rossini, ancora giovane e ai vertici della gloria, decise di smettere di comporre opere, abbandonando il teatro dopo il Guillaume Tell, nel 1829, all’età di 37 anni.  

Nel volume si scrive che “la vita di Gioacchino Rossini è più avventurosa di quella dei quattro moschettieri messi assieme, è un romanzo. Da ragazzino povero a uomo ricco e infelice, da giovane di "sinistra" a vecchio di destra però sempre pronto a sfottere imperatori e impostori. Ci sono più di mille donne nel catalogo di Gioacchino, una lista che avrebbe imbarazzato Leporello. Dopo i primi successi è talmente popolare che le ragazzine lo rincorrono per la strada tagliandogli pezzi di vestito da dosso, come succederà con i Beatles, e, se possibile, qualche ciocca di capelli. Lo scrive Lord Byron, furibondo che qualcuno fosse diventato ancora più famoso di lui. Delle opere di Rossini tutti conoscono Il barbiere di Siviglia ma, con la rinnovata percezione del grande compositore, si vanno riscoprendo le opere "serie" e in particolare la sua ultima, il Guillaume Tell, che spalanca le porte al Romanticismo”.

In passato, la maggior parte di chi abbia studiato la biografia rossiniana ha affermato – non discostandosi, a parere di chi scrive, dal vero – che il compositore fu devastato dalla depressione, mostrandosi, così, come uno tra i più grandiosi e rappresentativi depressi della storia.

Gaia Servadio si basa sull'analisi critica dell’epistolario che, all’inizio degli anni duemila, si è arricchito di oltre 250 lettere, molte delle quali appartenenti al periodo che trascorre tra il 1815 ed il 1822 (per il quale avevamo poche testimonianze in tal senso). Tra queste, ve ne sono alcune che esprimono bene le arguzie sovente abrasive del Maestro, le passioni nascoste, il male e il bene di vivere che cominciò ad attanagliarlo già prima dei trent’anni.

A tale proposito è esemplare l’episodio riportato, quando Rossini svenne (evidentemente per un attacco di panico) durante il Congresso di Verona nel 1822 mentre stava dirigendo, convintosi che una statua a lui presso stesse per cadergli addosso. Di certo il superlavoro cui si sottopose per il guadagno (nei primi anni proprio per far fronte alla povertà della sua famiglia) è un elemento fondamentale tra quelli che sfibrarono l’artista.

Tra le lettere interessano, soprattutto, quelle ai propri genitori ed alla prima moglie, Isabella Colbran, incartamenti che la Fondazione Rossini di Pesaro acquistò pubblicando così (Gioachino Rossini, Lettere e Documenti, volume III a, Lettere ai genitori, 1812- 1830, a cura di Bruno Cagli e di Sergio Ragni). Ricchissima di notizie e di strafalcioni (Rossini aveva poca dimestichezza con l´uso corretto grammaticalmente della lingua italiana), la corrispondenza ha illuminato vari aspetti del periodo della depressione, solitamente collegato dagli storici all´incapacità del musicista di rinunciare alla sua concezione classica del teatro per adeguarsi ai nuovi dettami del romanticismo.

Così, grazie anche a queste testimonianze la biografia della Servadio ci fa conoscere con concretezza che nel dramma di Rossini, molto è legato alla storia intima.

Dal libro, per esempio, si apprende che Gioacchino, cui numerose biografie hanno attribuito un´infanzia spensierata, fu in realtà un bambino afflitto dalla consapevolezza di essere «figlio di un corno», come lui stesso non esitava a confessare, giacché sapeva che il padre legittimo, Giuseppe, era un buontempone prestatosi a un matrimonio riparatore con la bella Anna Guidarini, rimasta incinta giovanissima.

Quando Rossini ha 37 anni la depressione prende il sopravvento, provocandogli attacchi di panico, ansie persecutorie, insonnie massacranti, ossessioni suicide.

Oltre a questo, però, possiamo leggere anche dell’altro lato di Rossini (quello che il compositore amava divulgare, indossando la maschera che, a lungo, si è creduta che fosse il vero ed unico aspetto): il genio gastronomico, lo humour, il conservatorismo in politica, gli incontri con Stendhal, Beethoven, Balzac, Verdi e Wagner, il rapporto con l´opera buffa e seria.

Infine, è il ritratto dell´artista ormai pingue e pigro, guidato dalla seconda moglie, Olympie Pélissier, infermiera più che compagna, che ci regala di Rossini un conturbante ritratto ricco di umanità.

“La pazzia e il genio sono fratelli gemelli, non solo in Mozart, ma anche in Rossini, afferma sempre la Servadio: forse, proprio qui sta l’eterna verità dell’Arte.

 

Bruno Belli

 

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