IL SENSUALE RITO DI “SALOME” ALLA SCALA.

MILANO - “Salome” alla Scala è un rito. Iniziò nel 1906: era il 26 dicembre, quando inaugurò la stagione 1906/1907 (fin dopo la seconda guerra mondiale, la Scala non s’inaugurava il giorno di Sant’Ambrogio, come da tradizione dagli anni cinquanta). Era la prima rappresentazione nel teatro milanese, dopo l’esordio a Dresda, l’anno prima: dirigeva Arturo Toscanini.

Vi tornò più volte. Tra le tante, si ricordano l’edizione del 1928, diretta dallo stesso Strauss e tradotta in Italiano, quella del 1957 con Karajan che vestiva anche i panni del regista, poi la versione minimalista di Bob Wilson, del 1987 ed infine, nel 2002, agli Arcimboldi, diretta da Schirmer, per la regia di Cobelli.

Ora è tornata in nuova veste: si è visto riuniti ancora Daniel Harding sul podio e lo svizzero Luc Bondy, quale regista, la stessa coppia che firmò l’“Idomeneo” della scorsa stagione. Risultato: un successo pieno – e meritato – di pubblico, tanto per la parte musicale, quanto per quella delle scenografie e della regia.

L’allestimento, ricostruito su quello del 1992 ideato dallo stesso Bondy per Salisburgo, si presenta assai interessante per la sua essenzialità e per il calibrato rapporto tra luci e colori. Gusto essenziale, si accennava, il cui fulcro consiste negli accostamenti tra i toni freddi del nero, delle varie tonalità di grigio e d’azzurro; su tutto, una luminosità lunare, ora poetica, ora terribilmente sinistra.

Tutto lo spettacolo si snoda sul chiaroscuro non solo dei colori, ma anche dell’ambiguità dei rapporti tra i personaggi: la “danza dei sette veli”, momento acme dell’opera e riassunto della sensualità che permea questa partitura derivante dalla decadente pièce d’Oscar Wilde, rivolta ad Erode, è da leggersi ed intendersi come la realizzazione dell’impulso passionale sensuale nei confronti del Battista, richiamata anche da certi turgori orchestrali che paiono il gonfiarsi dello scatenarsi dell’erotismo.

Nell’allestimento, la passionalità e l’allucinata rabbia dei personaggi è resa in modo impeccabile dal gioco di luci, dai colori stessi, dall’ottima interpretazione vocale e scenografica dei cantanti.

Su tutti, Nadja Michael, la protagonista, soprano bella ed atletica (da ragazza era campionessa di nuoto ed interpreta con pertinenza quella “danza dei sette veli” che è, sovente, per molti interpreti, il punto più difficile della partitura, poiché si tratta di cantanti e non di ballerini) che ha tratteggiato una Salome sensuale e, al tempo stesso, capricciosa e vulnerabile, vittima della sua stessa bellezza. Ottimo l’Erode di Peter Bronder, tenore dalla voce brunita ed adatta al concupiscente personaggio: pazzo di desiderio proibito per la giovane figliastra che gli si offre nella più erotica delle danze, si lascerà sedurre al punto di prometterle d’esaudire qualunque sua richiesta (ottimo nella relativa scena, dove Bronder plasma la voce quasi direttamente legata alla ragione dell’impulso erotico, più che della mente, così come deve essere in quel momento).

Salome chiede la testa del Battista per potere finalmente baciarlo, dato che egli le aveva rifiutato il bacio: il baritono Falk Struckmann, il cui volto è riprodotto con verisimile e macabra somiglianza nella testa mozza e insanguinata che la ragazza bacia, accarezza e tratta come un feticcio con cui far sesso, plasma uno Jochanaan rude e profetico, affatto naturale. Ottima, infine, l’ambigua e malefica Erodiade disegnata da Iris Vermilion.

Un allestimento ed un’esecuzione ottimi nel raro equilibrio che s’intreccia tra protagonisti ed orchestra, tutta smalti e colori, grazie all’attento lavoro di cesello operato da Harding.

                                                                                   

Bruno Belli

 

«Salome» di R. Strauss, orchestra diretta da Daniel Harding. 
Teatro alla Scala, dal 6 al 18 marzo, ore 20, euro 170/12, tel. 02.72.00.37.44

www.teatroallascala.org

 

 

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