recensioni di Concerti, Appuntamenti Radio e TV, Libri, e CD, a cura di Bruno Belli 

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Primo piano

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HENRI RABAUD - MAROUF, SAVETIER DU CAIRE.

Opera in 5 atti su libretto di Lucien Nepoty.

Lecoq, Blanzat, Petri, Loup, Arnaud, Barraud, Marchisio, Tamalet, Rodde. Choeurs de l’Opéra de Nantes. Orchestre Philharmonique des Pays de la Loire.

Jesùs Etcheverry.

2 cd ACCORD 472142-2

Ristampa di una registrazione del 1976.

Interpretazione: ottima.

Si tratta di una curiosità che, però, permette di aggiungere una tessera al mosaico variegato della musica francese del primo Novecento ed alle “sperimentazioni” che ad essa si accompagnarono: “Marouf, savetier du Caire” di Henri Rabaud, infatti, appartiene, da una parte, alla moda ottocentesca dell’esotismo, dall’altra, giungendo in ritardo rispetto ad essa, si serve di un linguaggio che tiene conto delle esperienze “di rottura” con il Romanticismo.

Andata in scena all’“Opèra-comique” il 15 maggio 1914, sembra volersi rifare, per l’ambientazione, all’esotismo, appunto, che, in Francia, soprattutto, ma anche in Italia, aveva trovato fertile terreno intorno alla metà dell’Ottocento e che aveva prodotto, ormai, gli ultimi gioielli con “L’ Africaine” di Meyerbeer, “Les pecheurs de perles” di Bizet ed alcune opere di Massenet, oltre alla delicatissima “Lakmè” di Delibes.

In realtà il collegamento musicale è soltanto apparente, rifacendosi Rabaud al linguaggio di Debussy, senza potere competere con quest’ultimo. Sarebbe inopportuno, azzardato e falso cercare di introdurre un parallelismo con il “Pellèas et Melisande”: oro e diamanti, questa, rame laccato il lavoro di Rabaud.

Vi è una ricerca parossistica ed, a tratti, fin anche snervante e smaccatamente palese, di richiamare l’oriente tramite un linguaggio che ricorre a scale pentatoniche ed ad impasti sonori “inediti”, ma il risultato è piuttosto monocorde, sicché, per assurdo, la pagina più interessante dell’opera è rappresentata dalle danze del terzo atto.

Bene ha fatto in ogni caso la "Universal", che ha reso proprio il catalogo, raffinatissimo, dell’“Accord”, a ristampare, a medio prezzo, la presente edizione, registrata grazie alla “Société française du Son”, presso la “Salle de l’Opéra de Nantes”, nel novembre del 1976. Infatti, potere ascoltare un’esecuzione interpretata da cantanti di lingua madre, con un’orchestra ed un coro specializzati nel repertorio autoctono, è aspetto di gran pregio, tenuto conto del fatto che tutti gli interpreti assolvono il loro compito in modo più che decente, tramite una palpabile cooperazione.

Jèsus Etcheverry, poi, ha particolare attenzione ad evidenziare i pregi della partitura, cercando di rilevare la parentela con il linguaggio di Debussy, senza dimenticarsi, tra l’altro, fatto di centrale importanza, che quanto sta dirigendo sia un’opera destinata al teatro e non un poema sinfonico: pertanto ha una certa vitalità e attendibilità.

Nel complesso, pur con la durata di quasi due ore e dieci minuti, si riesce ad arrivare in fondo al lavoro, senza particolari sforzi, nonostante taluni momenti potrebbero mettere a dura prova la pazienza di alcuni ascoltatori che gradiscano maggiore varietà all’interno di un lavoro teatrale.

Bruno Belli.