La
descrizione più comune del termine di registro è quella che identifica
con tale termine un ambito di frequenze, cioè un gruppo contiguo di
note, che possiedono uno stesso timbro vocale e in cui tutti i toni
vengono percepiti come prodotti in modo simile. La definizione risale al
Garcia, che scriveva nel suo trattato sul canto: “Colla parola
registro noi intendiamo una serie di suoni consecutivi e omogenei che
vanno dal grave all’acuto, prodotti dallo sviluppo di uno stesso
principio meccanico, e la cui natura differenzia essenzialmente da
un’altra serie di suoni ugualmente consecutivi ed omogenei prodotti da
un altro principio meccanico. Tutti i suoni appartenenti allo stesso
registro sono per conseguenza della stessa natura, qualunque sieno
d’altronde le modificazioni di colore e di forza cui si
assoggettano”.
E’ stato stabilito dalla moderna fisica acustica e dalla foniatria che
i registri vocali sono in realtà eventi di tipo esclusivamente laringeo
consistenti in una serie o ambito di frequenze consecutive prodotte con
qualità fonatorie identiche, identificabili attraverso rilievi
percettivi, acustici, fisiologici ed aerodinamici. Nella didattica della
voce cantata, parimenti, quando si parla di registro si intende una
serie di suoni contigui di uguale timbro, prodotta da una stesso
meccanismo laringeo ed in rapporto equilibrato con particolari
adattamenti delle cavità di risonanza. Questi adattamenti risonanziali
hanno determinato il fiorire di terminologie varie e discordanti che
fanno dei registri un argomento alquanto confusivo, sia per fattori di
ordine storico-musicale, legati allo sviluppo della vocalità cantata,
che per l’estensione del termine a qualità timbriche che dipendono
invece esclusivamente da atteggiamenti assunti dalle cavità di
risonanza e che sono assimilate sotto il termine di registri di secondo
ordine, come ad esempio gli aggettivi di “aperto” e “coperto”
che si usano attribuire a precise qualità d’emissione di un suono.
Nel parlato, utilizzando cioè note gravi dell'estensione vocale
fisiologica, si sperimenta notoriamente la consonanza vibratoria della
gabbia toracica, quella che è gergalmente e impropriamente- detta
“risonanza di petto”, la quale comprende, almeno per l'uomo,
l’ambito tonale della voce di conversazione.
L'intensità di tale sensazione vibratoria diminuisce salendo la gamma
tonale fino ad un punto in cui, nel comune parlante o nel cantante ai
primi studi, l'ascesa tonale si accompagna ad un radicale mutamento di
qualità dei suoni, con timbro più chiaro e lieve innalzamento della
laringe. Questo evento corrisponde a ciò che alcuni maestri chiamano il
primo passaggio.
La qualità vocale di questo secondo gruppo di suoni, che può
corrispondere nel comune parlante al range della voce di chiamata o
gridata, interessa un intervallo di quarta o di quinta, oltre al quale
la fonazione viene realizzata con sforzo muscolare notevole, con
possibilità di rottura del suono, un fenomeno analogo al cantante che
prende una “stecca” su toni della seconda ottava della sua
estensione. Questo secondo limite è ciò che viene definito secondo
passaggio.
Rappresentando quest'ultimo il mutamento fisiologico più radicale
dell'impostazione nel canto, almeno per le voci maschili e sopranili, il
termine "passaggio" è solitamente usato ad indicare il
secondo passaggio.
Quello che fa in realtà il cantante lirico è cercare di equilibrare le
necessità di allungamento delle corde vocali nel salire ai toni acuti
con il controllo dell’azione del muscolo vocale, il quale permette un
buon contatto glottico e mantiene in vibrazione tutto il corpo cordale,
e con il controllo della posizione laringea, che tenderebbe a salire
durante l’ascesa agli acuti. Ciò permette, da un punto di vista
acustico, il mantenimento della concentrazione dell’energia acustica
nella zona di armoniche definita come “formante del cantante”,
situata intorno ai 2500-3000 Hz, che dona all’emissione cantata quella
caratteristica timbrica che riconosciamo facilmente nel canto lirico
impostato, in altri contesti definita come “voce piena” o anche
“registro pieno”. Nel caso del proseguimento in acuto senza questi
adattamenti si sconfina in una vocalità tesa e gridata, tipica degli
urlatori, e quindi più (ma non soloŠ) caratteristica della vocalità
leggera (nel senso di non classica, non lirica), in cui sono presenti
paradossalmente anche più armoniche rispetto al canto lirico, ma con
intensità ridotte e senza rinforzo nella zona definita come “formante
del cantante”: l’impressione è quella del canto forzato, dove più
che l’intensità della voce colpisce il senso di sforzo e una qualità
vocale pressata e tesa. In questo senso si dice che il cantante non
“passa” di registro, cioè non fa quelle modifiche necessarie al suo
apparato per proseguire sugli acuti in maniera “lirica”, cioè
sviluppando la citata ”formante”. Il più evidente “cambio” di
registro consiste ovviamente nel passaggio, salendo agli acuti,
all’emissione in falsetto, ma questa modalità non caratterizza il
canto classico, se non occasionalmente a scopo caricaturale o nei
pianissimi di alcuni tenori leggeri, ma alcuni generi vocali moderni o
folclorici come il jazz, il pop, lo jodel. La transizione tra suono
“pieno” e falsetto è comunque occasionalmente, anche se non
infrequentemente, utilizzata nel canto lirico, ad esempio a scopo
caricaturale (categorie vocali maschili che simulano la corda femminile:
un esempio, don Bartolo a Rosina: “per disegnare un fiore sul
tamburo”) o in smorzature dell’emissione verso i “pianissimo” su
toni generalmente acuti da parte di tenori, non solo leggeri o
lirico-leggeri. Non stupisce infatti ascoltare questa capacità di
transizione insensibile da un suono pieno al falsetto in Alfredo Kraus
nei “Pescatori di perle”, ma lascia piacevolmente sorpresi in un
tenore lirico-pieno o spinto come Franco Bonisolli nell’aria “Ogni
pena più spetata” da “Lo frate Œnnamorato” di Pergolesi.
Nella didattica del canto lirico ritroviamo concezioni pedagogiche che
vanno dalla negazione dell’esistenza dei registri, proclamando
l’uniformità vocale dell’estensione cantata (che è in effetti il
fine dell’impostazione) a teorie di due registri (modale e di
falsetto, o pesante e leggero), che puntano l’attenzione sulle
differenze di composizione spettrale legate al tempo di contatto cordale,
cioè sui veri registri primari, fino alla frammentazione in sei o sette
registri lungo l’estensione vocale (dal registro detto “vocal fry”,
usato per le note più gravi dell’estensione parlata, ai registri di
flauto e di fischio, sfruttati da alcune voci di coloratura nei
sovracuti).
Scriveva, nel 1898, H.H. Curtis nel suo ”Voice building and tone
placing”: “Il Garcia scrivendo nel 1861 divide la voce in tre
registri, petto, falsetto e testa, tutti e tre comuni ad ambedue i sessi
con la differenza che la donna si estende più nelle note di testa e
l’uomo in quelle di petto. Egli divide inoltre il registro di petto in
superiore ed inferiore e così fa del registro di testa, creando così
cinque distinti meccanismi. M.me Seiler segue il Garcia in questa
divisione dei registri ed Emil Behnke divide la voce in un registro
grosso (petto), in uno sottile (falsetto) e in uno piccolo (testa). I
primi due li divide poi in superiori ed inferiori, accordandosi in
questo col Lennox Browne nell’opera scritta in collaborazione. Il
dr.Wesley Mills sembra accordarsi nelle divisioni del Garcia e della
Seiler; ma in una lettera privata a Sir M.Mackenzie dice che non ha
nessun desiderio di esser designato come un pugnace propugnatore di
alcuna delle divisioni dei registri adottate finora. Il Mandl è
partigiano dellla divisioni in due soli registri ed applica il termine
inferiore a quello di petto e superiore all’altro di testa. Il
Bataille il Koch il Vacher il Gonguenheim e Lermoyez e il Martels si
dichiarano anch’essi per due registri”.
Il caos nella terminologia sui registri riflette una mancanza di
conoscenze obiettive, che permette di dare enfasi più alla scelta
terminologica che non a ciò cui essa corrisponde in riferimento al
funzionamento delle corde vocali.
E’ tuttavia in genere riconosciuto dalla trattatistica che, nel
cantante, la mancanza di una tecnica adeguata rende evidenti i registri
ed il passaggio da uno all’altro. Una delle finalità classiche della
pedagogia della voce cantata è quella di ridurre o eliminare le
variazioni timbriche tra i registri, ottimizzando il passaggio da un
registro all’altro con il minor cambiamento timbrico possibile.
Sicuramente ciò viene ricercato nelle vocalità lirico “pure” e più
adatte al canto legato o spianato, o in genere di concezione belcantista.
Tra alcuni esempi eccellenti i primi che vengono alla mente- Mirella
Freni, Mariella Devia, Teresa Berganza, Roberto Alagna, Jussi Bjoerling,
Renato Bruson, ecc.
Ma esiste anche un’altra estetica in cui la diversità timbrica tra
vari comparti tonali dell’estensione viene sfruttata a scopo
interpretativo in vocalità più “aggressive”, adatte al canto di
sbalzo, e in genere di concezione più drammatica, o in altro modo
virtuosistica. Tra i tanti esempi possibili: Rockwell Blake, Marilyn
Horne, Maria Callas, Lucia Valentini Terrani, Josè Cura, Francesca
Patanè, ecc.
Nella didattica possono riscontrarsi due atteggiamenti pedagogici: uno
che sviluppa la voce a settori, evidenziando così la differenze di
colore vocale; il secondo che, svicolandosi dal concetto di registro, si
volge ad educare l’intera estensione puntando sull’eguaglianza ed
uniformità timbrica. La finalità cui entrambe le posizioni tendono è
in fin dei conti la stessa, benché approcciata con ottiche diverse, e
tenta di realizzare un punto di convergenza nel passaggio tra le modalità
fisiologiche d’azione muscolare laringea (registri), cercando di
equilibrarne gli effetti timbrici.
Quando ciò avviene è difficile stabilire percettivamente le differenze
ed attribuirle al loro corrispettivo laringeo: questa realizzazione,
propria del cantante allenato, giustifica l’idea dell’unico registro
come finalità percettiva di un lavoro didattico pur nella
consapevolezza che esistono modalità laringee differenti lungo
l’estensione.
Mi raccontava Nicolaj Ghiaurov: “Dato che il mio pomo d’Adamo saliva
moltissimo quando cantavo, il mio maestro mi ha tenuto per lungo tempo
nell’ambito tonale dal la al do centrali, ogni tanto toccando il do
diesis, e mi convinceva che: “questo è il pane con cui devi vivere;
di tutto il resto, da li’ in su, o anche in giù, non devi
approfittare molto e non ti devi troppo esercitare. Quelle sono le
paste, il dessert, ma il pane vero è nel centro della voce. Per lui
c’era una parola che non piace a molti maestri: per lui era legge il
“passaggio” della voce, che consiste nel dare quell’effetto per il
quale non c’è nessuna differenza fra il centro e l’acuto. Spesso i
maestri dicono: “tu canta, apri la bocca e vai su Š”. Non è vero.
Quando mi sono presentato a lui cantavo in voce aperta, e quando
arrivavo al do diesis era già “difficilino” per me. Mi ha detto
“sali ancora”, e sono arrivato ad un re che mi ha provocato un gran
dolore in gola, ho cominciato a tossire e ho detto “non posso
cantare”Š Questo passaggio è arrivare alla “rotondità” e alla
“copertura”; è una nuova emissione che deve dare assolutamente un
risultato di naturalezza, come se quelle note fossero ancora nel centro.
Per questa ragione mi ha tenuto un anno sulla “a”, dal la al do, e
mi ha proibito di cantare a casa. I miei colleghi, che erano Gigli,
Ruffo, cantavano le arie dappertutto, mentre io il primo esame che ho
fatto nel primo anno era un Concone che si muoveva da la a doŠ”.
Come abbiamo detto, l'azione muscolare del meccanismo laringeo diviene,
salendo la gamma tonale, sempre più intensa (parlando di registri
laringei essa viene anche detta, nella letteratura scientifica
anglosassone, meccanismo “pesante” o "heavy mechanism"),
fino ad un punto in cui o avviene un “break” vocale, per ipercinesia
fonatoria, o si prosegue nel cosiddetto falsetto, a meno che, come
avviene nel canto lirico, il rimaneggiamento della conformazione delle
cavità di risonanza e un equilibrio tra le necessità di azione
continuata del muscolo vocale e di allungamento della corda, evitino che
il tempo di contatto delle corde vocali durante il ciclo vibratorio
aumenti sempre più (cosa che caratterizzerebbe una emissione gridata e
spinta), o che l’allungamento cordale stesso sia ad un certo punto
compiuto per abbandono dell’azione del muscolo vocale, prevalenza del
muscolo cricotiroideo e innalzamento della laringe (cosa che
caratterizza il falsetto, dove la corda è allungata e rigida e vibra
solo il bordo libero).
A questo punto dobbiamo specificare, semplificando, la funzione dei due
muscoli tensori delle corde vocali, il muscolo vocale e il muscolo
cricotiroideo. Il muscolo vocale, o tiroaritenoideo, è il muscolo che
detiene la forza di accollamento delle corde vocali da un lato, e ne
determina l’accorciamento dall’altro. Il primo fattore permette di
realizzare una ampia vibrazione delle corde vocali con buon tempo di
contatto e formazione di un segnale con ricca componente armonica,
mentre l’accorciamento della corda permette la produzione di un basso
numero di frequenze vibratorie al secondo cioè l’emissione dei toni
gravi dell’estensione. Il muscolo cricotiroideo, esterno
all’impalcatura cartilaginea, permette attraverso il basculamento in
avanti e in basso della cartilagine tiroidea su quella cricoidea,
l’allungamento interno delle corde vocali, gestendo così il settore
tonale acuto, la capacità di salire verso le note acute. Questo è in
genere accompagnato anche da innalzamento della laringe e conseguente
irrigidimento del corpo cordale. La porzione vibrante della corda è in
queste condizioni il solo bordo di contatto tra le corde stesse col
risultato di produrre un suono acuto ma povero di armonici, un suono
appunto in “falsetto”. Quando si stabilisce invece un equilibrio tra
la necessità di non sollevare la laringe (perché non si riduca
l’ampiezza delle cavità di risonanza), le esigenze di accollamento
delle corde vocali (perché continuino a vibrare in tutta la loro
“massa”) e quelle di allungamento per eseguire note acute, si sale
in voce cosiddetta “piena”, tipica della voce “lirica”, si
risolve cioè quel punto critico che è definito come passaggio
mantenendo simile la qualità vocale tra i toni medi e quelli acuti
dell’estensione.
Come abbiamo accennato, i due muscoli tensori delle corde vocali, il
muscolo vocale e il muscolo cricotiroideo, governano le capacità di
estensione di una voce, nell’ambito delle due classiche ottave con cui
si è soliti individuare grossolanamente una categoria vocale, la quale
almeno in termini di estensione- dipende dalla lunghezza, larghezza,
massa anatomica delle corde vocali stesse e dalla loro componente
elastica (a titolo puramente indicativo: do3-do5 per il soprano, la2-la4
per il mezzosoprano, fa2-fa4 per il contralto; do2-do4 per il tenore,
la1-la3 per il baritono, fa1-fa3 per il basso).
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