Una
possibilità d’emissione dei toni acuti è, notoriamente, quella di
ricorrere al registro di "falsetto". In tale modalità di
fonazione, il sollevamento della laringe e la prevalenza d’azione
della muscolatura cricotiroidea (con allungamento passivo delle corde
vocali, senza contrasto da parte del muscolo tensore tiroaritenoideo),
determinano la vibrazione del solo bordo libero delle corde vocali, con
un tempo di contatto inferiore al 40% del singolo ciclo vibratorio. Il
timbro vocale risulta perciò povero di armoniche (per la vibrazione del
solo bordo), debole d’intensità (per la vibrazione del solo bordo e
la riduzione della cavità di risonanza da sollevamento laringeo) e
spesso correlato a sen-sazione percettiva di "fissità" (per
rigidità di posizione della laringe su intervento della muscolatura
estrinseca).
Il termine “falsetto” è probabilmente derivante dal tentativo di
definire un timbro vocale "non vero".
Per quanto concerne il suo utilizzo artistico, tale registro viene
utilizzato dai tenori primi di cori polifonici per eseguire brani a
tessitura molto elevata, nella tecnica “jodel” del canto popolare
tirolese (caratterizzato da continui e repentini passaggi tra registro
pieno e falsetto), nella country music e in repertori folkloristici in
genere, nel canto pop, nell’opera dalle voci maschili per effetti
comici e caricaturali, da alcuni tenori leggeri ad impostazione lirica
per emettere note acute in "pia-nissimo" (ma anche da tenori
“di forza” quando non sappiano adoperare le mezze voci!) e dai
falsettisti nel repertorio rinascimentale e barocco.
Quando si canta in falsetto in maniera incolta, la voce è a volte
“velata”, in quanto è presente un certo grado di fuga d’aria
glottica causata da un incompleto affrontamento delle corde vocali nella
regione posteriore. Ciò risulta dovuto alla mancanza di attivazione dei
muscoli interaritenoidei, che sembra essere influenzata dalla modalità
tesa d’emissione del falsetto, con collo e mento iperestesi (quasi a
raggiungere fisicamente la nota acuta) e dall’attitudine a ricercare
una posizione “trasversale” nell’uso dei risuonatori, con bocca
allargata a perenne sorriso. E’ spesso un atteggiamento che si
riscontra in allievi di canto che hanno avuto esperienze di canto
liturgico o polifonico e ai quali veniva richiesto di “schiarire i
suoni” e di non “forare”. Quando invece gli interaritenoidei sono
attivi, il triangolo d’insufficienza glottica non è più presente, il
suono non è più velato, e l’area glottica si chiude completamente ad
ogni ciclo vibratorio.
I cosiddetti "controtenori" o falsettisti artificiali
utilizzano invece un falsetto "rinforzato" ottenuto
aggiungendo a tale meccanismo un abbassamento della scatola laringea che
consente, tramite un incremento dei fenomeni armonici (per guadagno di
spazio di risonanza), l'e-missione di un suono più ricco e rotondo nel
quale sono tuttavia facilmente riconoscibili le caratteristiche del
falsetto.
A questo proposito è utile chiarire che la distinzione compiuta da
Rodolfo Celletti per distinguere tra falsettisti e castrati, attribuendo
ai primi il termine di falsettisti artificiali e ai secondi quello di
falsettisti naturali, non è del tutto appropriata. Il “naturale”
conseguente risultato della castrazione è infatti la mancata crescita
laringea e delle corde vocali che pertanto mantengono pressoché
l’estensione dell’età infantile, estensione che per una voce
maschile dopo la pubertà è possibile “imitare” solo attraverso il
ricorso al registro di falsetto. Ma così come il “registro” delle
voci bianche infantili è un registro pieno su un’estensione acuta,
anche il registro del castrato è un registro pieno, vero, in tal senso
“naturale”, e non una imitazione in falsetto. Il castrato non era un
falsettista, semplicemente perché non usava un registro di falsetto.
D’altro lato non si comprende perché l’uso del falsetto, nella voce
maschile adulta, debba essere etichettato come artificiale: è un
registro legittimo, un modo per emettere suoni in acuto, è falsetto e
basta. Ecco perché la definizione di falsettisti, eventualmente
distinti in sopranisti e contraltisti in base all’estensione, ci
sembra la più adeguata a individuare le voci maschili che si muovono su
tessiture di ambito tonale femminile.
Le analisi spettrografiche dimostrano che il cosiddetto “falsetto
professionale” è caratterizzato da una gamma di diversi atteggiamenti
tecnici possibili, e che la tecnica dei comunemente chiamati
controtenori mostra rilievi non tipici del falsetto puro ma una
sintonizzazione della prima formante alla frequenza fondamentale. Cioè
l’intensità della frequenza fondamentale, della nota emessa, subisce
un incremento, offrendo una maggiore pregnanza e incisività percettiva
all’ascolto, con maggiore somiglianza del tono prodotto a quello di
una voce femminile. In considerazione di ciò il foniatra tedesco
Seidner ha proposto il termine di “male alto”, cioè “alto
maschile”, al posto di controtenore, nella sua accezione di
“falsettista artificiale”.
Un altro modello di utilizzo del falsetto è anche descritto come
“stop-closure falsetto”, in cui le corde sono talmente compresse
posteriormente che solo la loro porzione anteriore entra in vibrazione,
raggiungendosi frequenze sovracute per effetto dell’abbasamento
laringeo e della conseguente accresciuta tensione longitudinale. Tale
modalità determina maggiore pressione sottoglottica e un maggiore
coinvolgimento nella vibrazione del corpo cordale rispetto al bordo
libero, dando luogo ad un suono quindi che ha caratteristiche più
importanti in volume e in struttura armonica rispetto al falsetto puro e
che, percettivamente e spettrograficamente, risulta analogo al registro
medio degli acuti dei soprani liricoleggeri. E’ il meccanismo che fa
la differenza tra la tecnica di tanti falsettisti (ad esempio, i
controtenori James Bowman e Alfred Deller, gli alti René Jacobs, Alain
Zaeppfel e Claudio Cavina) con quella di altre voci nelle quali si
stenta invece a riconoscere, specie nella seconda ottava
dell’estensione, la sorgente maschile dell’emissione (ad esempio, i
sopranisti Aris Christofellis e Angelo Manzotti, l’alto Jochen
Kovalski).
Come sappiamo, una buona prominenza di armoniche nella banda 2500- 3000
Hz riesce a prevalere sull’accompagnamento orchestrale (viene infatti
definita “formante del cantante”), rendendo più energica e limpida
l’emissione cantata di voci maschili e di voci gravi femminili in
prima ottava, ad esempio i contralti. I cantanti più esperti ottengono
tale effetto aumentando il volume della faringe grazie ad un
abbassamento della laringe. I soprani possono ottenere un effetto
acustico equivalente abbassando la mandibola al salire della nota, con
ciò aumentando via via l’apertura buccale; anche le note più acute
del contralto e quelle acute del tenore possono essere eseguite con tale
manovra. In questo caso vi è un potenziamento della fondamentale su cui
viene mantenuta accordata la prima formante: si parla di sintonizzazione
tra prima formante e frequenza fondamentale.
Nelle emissioni dei toni acuti da parte dei sopranisti si rileva in
maniera costante una persistente sintonizzazione tra frequenza
fondamentale e prima formante, mentre non si evidenzia la formante di
canto. Tuttavia le note gravi mostrano un inviluppo formantico con due
concentrazioni di energia nettamente evidenti e distinte: la prima, di
bassa frequenza, non più sintonizzata sulla frequenza fondamentale e la
seconda di alta frequenza nella zona 2800-4000 Hz. Dunque, la tecnica di
enfatizzazione della fondamentale tramite sintonizzazione della prima
formante è utilizzata dal sopranista solo sugli acuti, mentre non è
realizzabile sui gravi dove la prominenza di armoniche di alta frequenza
potrebbe fare ipotizzare una sorta di enfatizzazione del tipo
“formante del cantante”. Questo dà ragione degli squilibri timbrici
che ascoltiamo in tali voci, dove ad acuti brillanti in cui è
riconoscibile un registro di falsetto rinforzato, che simulano e si
avvicinano alla qualità sonora femminile, e da essa distinguibili
soprattutto per il corpo e volume del suono, si contrappongono emissioni
di toni gravi francamente più androgine dove viene percettivamente
disambiguabile l’origine maschile dell’emissione.
Ciò è ancora più evidente nell’emissione acuta dei contraltisti
dove, oltre alla sintonizzazione tra frequenza fondamentale e prima
formante, si nota una frequente amplificazione delle armoniche nella
zona tra 2800 e 3400 Hz, cioè proprio dove si colloca tradizionalmente
la “formante del cantante”. Niente di strano in fondo: il contralto
è l’unica voce femminile nella quale ricorre spesso la presenza della
formante del cantante.
Il contraltista sembrerebbe perciò utilizzare entrambi i meccanismi di
enfatizzazione sfruttando così entrambe le tecniche di
amplificazione,come in effetti avviene nel contralto.
La resa vocale del falsettista, su tutta la gamma tonale, è comunque
diversa, e per alcuni musicologi insufficiente, rispetto a quella che
doveva essere un tempo la vocalità del castrato: sia per volume, che
per estensione, che per pienezza di suono (cioè ricchezza armonica),
spessore nel registro grave, qualità d’emissione (suoni penetranti ma
aspri nel falsettista), lontana comunque dalla particolarità e
ricchezza di colori dei castrati. In effetti l’uso del falsetto
professionale su tutta la gamma impone al falsettista una certa
uniformità di emissione (e perciò maggiore “rigidità” di gestione
delle cavità di risonanza) per realizzare da un lato la sintonizzazione
tra frequenza fondamentale e prima formante (nella seconda ottava) ed
evitare, per i toni gravi e centrali, il pericolo di scivolamento al
registro modale (registro pieno maschile con consonanza di petto).
Confrontando la registrazione della voce del Moreschi, ultimo castrato
della Cappella Sistina, con quella degli odierni falsettisti si
evidenzia sicuramente una qualità armonica più ricca, un suono in un
certo senso più pieno, ma un imbarazzante squilibrio tra i registri,
con transizioni molto apparenti e grossolane tra gli ambiti tonali, e
all’epoca della registrazione la voce del Moreschi non era certo in
declino.
L’analisi della voce di un cantante ormai anziano (82 anni) affetto da
ermafroditismo e perciò “spontaneamente” castrato dall’infanzia,
può forse illuminare sulle potenzialità d’emissione di quelli che
furono gli evirati cantori dell’epoca barocca.
Dalle indagini effettuate l’ermafrodito sembra unire, lungo la sua
ampia estensione, modalità fonatorie che vanno, dal grave all’acuto,
dall’emissione caratteristica della voce parlata all’uso del
registro pieno con consonanza di petto, e poi di un registro misto a
consonanza di testa. In queste trasformazioni della qualità acustica
dell’emissione corrispondono, spettrograficamente, per le prime note,
raggruppamenti formantici su un più ampio ambito armonico e a valori
superiori a quelli classicamente individuabili come formante del
cantante, e poi salendo la gamma, rinforzi formantici più simili alla
formante del cantante, ma sempre più deboli, fino ad arrivare alla
sintonizzazione della prima formante con la frequenza fondamentale nel
settore acuto in registro medio con consonanza di testa. Quella del
castrato era forse allora l’unione di tre voci in una? E’ forse per
questo che nell’unica registrazione a noi pervenuta di un castrato, il
Moreschi, oltre una più ampia gamma di colori e volumi rispetto al
falsettista odierno percepiamo un imbarazzante ma netto scivolamento tra
registri o modalità fonatorie diverse? Cosa che invece non notiamo
nella più modesta (a livello di volume e ricchezza armonica) ma più
timbricamente omogenea (fino ad apparirci noiosa e incolore) voce del
falsettista.
Come ha evidenziato Gisela Rohmert, nell’antico simbolismo numerico di
Pitagora l’ermafrodito è un 3: il 3 unisce dunque l’arte di fondere
l’uno e l’altro, e così pure le frequenze acute della voce
sopranile ai toni gravi dello speech maschile. Per i seguaci d’Orfeo,
l’ermafrodito era all’inizio delle cose e poteva risolvere le
dicotomìe.
Un allievo del Moreschi, Domenico Mancini, nato a Civitacastellana nel
1891, falsettista e non castrato, ci ha lasciato una testimonianza in
una intervista registrata negli anni ‘50, che ci conferma sia la
ambiguità terminologica usata per caratterizzare le voci di castrati e
falsettisti, sia i citati elementi percettivi differenziali tra le due
voci.
Egli diceva: “Da bambino avendo una buona voce, cantavo in chiesa a
Civitacastellana. Una zia che era a Roma, venendo per le feste,
ascoltandomi disse che avevo una bella voce. A Roma andava a messa a S.
Pietro, e vedendo tutti quei cantori, avvicinò Moreschi, prese
appuntamento e lui mi ascoltò e mi disse che con una preparazione mi
avrebbe fatto portare alla scuola del maestro Perosi. Mi iniziò a dare
delle lezioni, lui cantava e io dovevo imitarlo. Era una cosa
meravigliosa, io ero incantato, ho iniziato imitandolo. Io lo imitavo
con la voce perché, non avendo fatto il cambiamento della voce (cioè
essendo ancora in epoca prepuberale non aveva compiuto la “muta”
vocale e poteva cantare con voce “piena” infantile), cantavo come
lui di petto (cioè con registro pieno, naturale), e poi prendevo la
voce di testa (cioè sempre in registro pieno). Ma poi sui quattordici
anni si prende la voce da uomo e allora cantando come i falsettisti (cioè
in falsetto rinforzato, con la famosa sintonizzazione tra fondamentale
prima formante) ho cominciato a prendere la voce di testa (intende
appunto il falsetto rinforzato, visto che anche prima chiamava di testa
anche il suono pieno sugli acuti emesso in periodo prepuberale), che
tutti noi uomini abbiamo. Naturalmente bisogna esercitarla perché è
una voce che si fa per esercizio, e con la musicalità (perché non è
il falsetto incolto ma un “falsetto professionale”); bisogna essere
musicali per poterla adoperare. Perosi non mi volle nella scuola perché
avevo studiato con Moreschi, e per questo pensava che io fossi castrato,
e allora non mi volle perché era venuto il motu proprio che eliminava
le voci dei castrati dai cori. Quelli che c’erano, erano tenuti ad
esaurimento e maturazione della pensione, ma i giovani non venivano
ammessi. Perosi, siccome cantavo nel modo di Moreschi, ebbe
l’impressione che io fossi di quelle voci là, e allora mi mise a
S.Salvatore in Lauro. Quella del Moreschi era una voce di soprano, di
vero soprano, che si differenzia da tutte le altre in quanto voce
naturale (cioè non “falsa”) che canta tutto di petto (pieno), poi
quando va in acuto prende la voce di testa, e allora si sente il
cambiamento della voce dal petto a quella della testa, è come se fosse
un tenore che dal mi bemolle passa alla testa. La tecnica era quella dei
cantanti dell’epoca d’oro. Moreschi era stato a contatto dei grandi
maestri di canto della sua epoca, un Mustafà, che è stato un grande
cantante e maestro, o il Sebastianelli, nella Cappella Giulia e poi alla
Sistina, che era un soprano acuto. Tra questi cantanti c’erano anche
quelli che avevano l’”acutezza” del suono, potevano arrivare anche
sino al do e oltre. Moreschi arrivava bene al si bemolle, ma era una
voce grassa”.