METODO DI CANTO GREGORIANO (parte settima)

SPIRITUALITA’ DEL CANTO GREGORIANO

Il canto gregoriano è musica sacra. Esso ha spinto la consacrazione a Dio fino all’assoluto dei voti religiosi, e per questo la Chiesa romana l’ha proposto come modello supremo di ogni musica sacra. Esso presenta tutte le caratteristiche della consacrazione religiosa: è un canto povero, un canto casto ed obbediente.

Povertà

Innanzi tutto è un canto povero: ha rinunciato definitivamente ad arricchirsi. è sufficiente un colpo d’occhio per accorgersi della povertà, della limitatezza, della modestia dei suoi mezzi tecnici.

Di fianco alle ricchezze rutilanti dell’orchestra e della polifonia, il canto gregoriano non avrà da offrire che una linea, una sola. Utilizza solo intervalli piccoli: la seconda, la terza; la quarta e la quinta sono già più rare, la sesta è quasi ignorata; l’ottava, sconosciuta nell’apogeo del gregoriano.

Il canto gregoriano, che rinuncia a frazionare i toni in semitoni, rinuncia anche a dividere i tempi; il suo tempo primo, flessibile d’altronde come la sillaba latina, è indivisibile. Il suo ritmo ignora la misura isocrona, la quadratura, le simmetrie sistematiche che mettono ordine e chiarezza nella composizione classica, i tempi forti, la sincope, in breve, tutte le altre conquiste della musica posteriore.

Nato povero e tale è rimasto. Ha fatto veramente voto solenne e perenne di povertà. L’armonizzazione strumentale di cui lo si riveste in maniera esagerata, con il pretesto di sostenere il canto, è un controsenso storico. Quanto ai tentativi di gregoriano polifonico, sono ridicoli, e non sono altro che l’opera di persone che non hanno una nozione molto precisa del canto gregoriano.

Ma questa povertà, veramente evangelica, non ha nulla a che vedere con l’indigenza. Al canto gregoriano non manca nulla. Non è assolutamente insipido o inespressivo, tranne quando è male eseguito. Il vero povero evangelico è in realtà ricco di tutte le vere ricchezze. Possiede una natura umana sgombra, perfettamente libera dalle complicazioni e dal sovrappiù, che lo rende capace di gioire in pieno dell’unica cosa necessaria. Così è la linea gregoriana: semplice, elastica, libera nell’andamento, vivace nei movimenti, diretta all’essenziale, staccata dal superfluo, anche quando è lussureggiante di ornamenti. In una parola: bella, di tutta la bellezza franca e diretta di un’arte assolutamente padrona di sé.

Castità

In secondo luogo, la melodia gregoriana è casta. Ciò appare nel suo evitare accuratamente ogni civetteria che attirerebbe l’attenzione su di sé, ogni sensualità, anche attenuata, ogni sentimentalismo e ogni manierismo dei mezzi espressivi, pur così ricchi di sensibilità. Essa ha mirato, e raggiunto, la massima trasparenza al messaggio spirituale di cui è portatrice. Non succede così anche sul piano umano? Non succede forse anche nell’esperienza quotidiana che più una persona è casta, al fine di riservarsi interamente e totalmente all’amore di Dio, più la presenza di Dio in lei è evidente, radiosa e quasi tangibile? Le anime più pure hanno una freschezza di sentimenti e una spontaneità squisite, che le rendono quasi diafane e permettono loro di rivelare esternamente la presenza intima di Dio. Così è per il canto gregoriano.

Se gli capita di esprimere le passioni umane, e ciò succede spesso (amore, paura, speranza, fiducia, coraggio, tristezza, stanchezza, spavento, e altro ancora), come per incanto il canto gregoriano ne cancella il carattere passionale, indipendente e anarchico, per presentarle calmate, ordinate, dominate dall’immensa pace divina. Tutto ciò, beninteso, a condizione che l’interprete voglia entrare a sua volta nel gioco, che conosca lo spirito che anima l’opera che vuole esprimere. Se è una persona volgare, o che cerca solamente di mettersi in mostra, la purezza della cantilena ne sarà alterata, e verrà offuscata l’immagine dello specchio che doveva riflettere un altro mondo. Vedere Dio, e farlo vedere agli altri, è permesso solo ai puri di cuore. Disciplina esigente, certo, ma anche liberatrice. Come ha detto San Paolo, non vi è niente che divide quanto la preoccupazione, e talvolta il dovere, di piacere ad altri che a Dio. Liberata da questa tirannia, la melodia gregoriana, quale voluta di incenso, s’innalza leggera, flessibile, spontanea, più musicale che mai: ancora una volta, libertà e spiritualità vanno di pari passo.

Obbedienza

Infine l’obbedienza è forse l’aspetto più positivo della composizione gregoriana. Tutto il resto, povertà di mezzi tecnici, pudore d’espressione, poteva essere considerato come preparatorio. Nella via della rinuncia, mancava ancora l’essenziale. Il sacrificio più radicale che la Chiesa chiede alla musica, per renderla degna della fiducia accordatale, è di essere solo musica, di accettare il ruolo secondario di servitore del testo liturgico.

Le melodie gregoriane infatti non esistono per se stesse; esse sono invece al servizio esclusivo del testo liturgico da cui sono nate, nell’atto stesso della preghiera ufficiale della Chiesa. Con una docilità meravigliosa, senza nulla perdere in freschezza e spontaneità, queste melodie si sottomettono effettivamente al testo. Ben lungi dall’essere soffocate, più sovente vi attingono ispirazione immediata, formando con questo un’unità paragonabile a quella di anima e corpo. Ed è precisamente questo servizio esclusivo che strappa definitivamente la melodia a se stessa, che la consacra, realizzando alla lettera la frase del Vangelo già citata: "Chi vuole diventare mio discepolo, rinunci a se stesso e mi segua".

La melodia si fa dunque obbediente alla Parola di Dio: è Lui che in effetti ci ha fornito le formule di lode e di adorazione. La Chiesa riprende questi testi ispirati, li sceglie, li classifica, li mette insieme, li chiarisce a vicenda, operando così una sintesi meravigliosa tra Scrittura e Tradizione, componendo così il poema della Sacra Liturgia nel quale l’unità del piano divino e la grande storia della nostra salvezza si trovano descritti liricamente. Ogni testo delle scritture trova in questo insieme, anch’esso certamente ispirato, come una "canonicità secondaria", che lo rende per così dire due volte espressivo della verità divina. La melodia gregoriana che vi si unisce aggiunge lirismo ai testi, rendendoli più sensibili, più pienamente umani. Se non ne accresce il contenuto intelligibile, ne favorisce certamente la comprensione.

DIFFUSIONE DEL CANTO GREGORIANO

Con questo termine si comprende tutta la musica della Chiesa latina, ossia tanto quella nata prima di Gregorio Magno quanto quella composta fino agli albori del Rinascimento. Il canto gregoriano definisce il canto liturgico della Chiesa latina (distinto dal canto proprio degli altri riti: ambrosiano, mozarabico, greco, ecc.).

I canti cristiani dei primi tre-quattro secoli, in lingua greca, risentirono di influssi delle religioni anteriori, come quella pagana orientale e quella ebraica. Vennero poi rinnovate nella pratica orale e nello spirito dai fedeli e dai sacerdoti. Nacque così la salmodia (canto sillabico recitato su un tono di lezione) espressa in forma antifonale (alterna fra due cori) e responsoriale (canto alterno del sacerdote e dei fedeli). Tra i canti antichissimi il Kyrie, il Gloria, l’Alleluia, il Sanctus, l’Agnus Dei. Nel IV secolo la Chiesa cominciò ad accogliere nella liturgia molti canti già divenuti patrimonio popolare. Uomini dotti e d’azione assecondavano da parte loro questa iniziativa: S. Agostino studiava filosoficamente De Musica e descriveva nelle Confessioni le emozioni della musica, S. Ambrogio esaltava la bellezza del canto sacro, offriva al popolo le melopee più semplici (inni ambrosiani) e fissava il rito lombardo che ancora oggi sopravvive.

Durante le invasioni dei Goti e degli Ostrogoti l’Italia ebbe un periodo di miseria, e questo si ripercosse sul canto cristiano, accresciuto comunque di nuove preghiere per feste speciali e santificazioni.

All’inizio del Medioevo, durante la dominazione bizantina (553-568) ed oltre, nella storia della musica iniziò una fase di difesa della cultura, e con essa lo studio e la diffusione della musica: Cassiodoro, Boezio, Marziano Cappella, Isidoro di Siviglia. Nel 529 Benedetto da Norcia (480- 543) fondava il monastero di Montecassino e nella sua regola prescriveva i canti claustrali. La musica, annoverata fra le arti del Quadrivio, era largamente onorata e meditata in ogni suo aspetto scientifico e spirituale.

E’ questa un’epoca molto feconda di produzione liturgica. Accanto alle antiche, sorgono nuove preghiere che si arricchiscono di versi e di periodi musicali. Si giunge cosi alla figura di Gregorio Magno, pure benedettino, il più attivo organizzatore del canto liturgico, che doveva disciplinare questa parte della liturgia. Raggiunto il pontificato, Gregorio riordinò la Schola Cantorum romana, seminario di cantori ufficiali, e raccolse in un volume l’Antifonarius Cento, tutti i canti tramandati, aumentandoli e coordinandoli. Questo centone di preghiere, che andò distrutto nelle invasioni, probabilmente conteneva, oltre ai testi verbali, qualche annotazione musicale. Dalla schola romana partivano numerosi cantori per diffondere in tutto l’Occidente il canto gregoriano. Ma, da quest’opera di propaganda che incontrò a volte fiere opposizioni, nacquero forme e maniere di canti liturgici diversi, tollerati all’inizio perché sorti da tradizioni locali, quale il rito gallicano (Francia), il mozarabico (Spagna), l’anglicano (Britannia), Scuole analoghe a quella romana si aprirono presso le principali chiese e abbazie di Francia, Svizzera, Germania, divenendo culle di dotti musicisti e centri di irradiazione dell’arte gregoriana. Le principali scuole furono; Fulda, Soisson, Metz, Reichenau, San Gallo.

A quest’epoca iniziò la ricerca di una più libera forma di composizione musicale e di uno sfogo fuori dai legami del testo sacro. Innovatore del canto gregoriano. sarebbe Notcker dell’abbazia di S. Gallo, che rese autonome le lunghe fioriture vocali della parola Alleluja, adattandovi sillabicamente nuovi testi. Tali canti alleluiatici o giubilazioni, detti sequenze, ebbero in un primo tempo il testo in prosa e più tardi (sec. XII) in versi, avvicinandosi sempre più all’inno. Le sequenza si diffusero rapidamente in tutto l’Occidente, dando luogo anche a numerosi canti religiosi non ufficiali e a fonie profane, quali le épitres farcies, divenute poi per abuso parodie comiche e satiriche del testo liturgico, molto gradite al popolo. Così, nel secolo IX ha inizio la storia della libera invenzione musicale.

Quadro illustrativo dello sviluppo della notazione del canto piano.

Per quanto riguarda la teoria musicale gregoriana, la sua origine sta in quella greca, con limiti e modificazioni. Dei tre generi (diatonico, enarmonico, cromatico) fu adottato solo il primo, come il più adatto per la sua austerità ad innalzare inni a Dio. Dei modi greci furono usati solo i fondamentali costruiti però sulla scala ascendente. La struttura melodica del canto gregoriano procedeva per gradi congiunti. Il ritmo si basava su quello della declamazione ed era perciò libero; la quadratura ritmica prevalse solo nell’innodia. Per la notazione musicale si conosce fino al ‘500 circa una tradizione esclusivamente orale; poi, con la fondazione delle Schole Cantorum, il libro cantorio si arricchì di segni che indicavano l’innalzamento, l’abbassamento della voce e le legature espressi dal maestro con movimento della mano (chironomia). In seguito ad imitazione della notazione greca, si usarono le lettere dall’alfabeto per indicare la successione dei suoni e la loro relativa distanza. Infine furono adoperati i neumi, speciali segni che costituiscono una specie di stenografia musicale, di origine grecobizantina e derivati dagli accenti, i quali, disposti sopra e sotto il rigo, rappresentavano l’ondulazione melodica della melopea dando il senso della direzione. La notazione neumatica si arricchì più tardi di una linea corredata da una lettera-chiave (C=do, F= fa) stabilendo così un preciso punto di partenza e una maggiore sicurezza negli intervalli e nel rapporto tonale fra i suoni. Ha così inizio una notazione diastematica (diastema= intervallo). Un secondo, terzo e quarto rigo, aggiunti al primo, costituirono il tetragramma nel quale i neumi, perduti i tratti curvi e filiformi, si adattarono assumendo la forma di note nere e quadrate.

M° Giovanni Vianini

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APPROFONDIMENTI:

http://www.cantoambrosiano.com  

http://www.cantogregoriano.it/vianini.htm  

GIOVANNI VIANINI.
Milanese ma di origini cremonesi, inizia la sua attività musicale a otto anni come cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Milano. Principalmente il suo impegno musicale è rivolto allo studio, divulgazione e pratica in liturgia del canto Ambrosiano e Gregoriano: al suo attivo vi sono 49 anni di servizio liturgico come cantore, organista e direttore di coro. E’ direttore del coro Schola Gregoriana Mediolanensis, da lui formata nel 1981. Nell' Ottobre del 2000 ha ricevuto dall' Arcivescovo di Milano S. E. Card. Carlo Maria Martini una medaglia come segno di riconoscimento per il lavoro svolto nel canto ambrosiano e gregoriano.   

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