|
|
|
BREVE
STORIA DELL'OPERA (prima parte)
di Laura Sacchiero
DALLE ORIGINI AL SEICENTO
La
fusione della musica e della parola nelle manifestazioni spettacolari è
comune a tutte le civiltà primitive. Nell’ambito della civiltà
occidentale fu determinante per la nascita dell’opera l’esempio del
teatro greco, che interessò gli studiosi. Sia nel Medioevo che nel
Rinascimento comunque esistevano già forme di spettacolo con musica
(pensiamo al drammi liturgici, alle sacre rappresentazioni…) ma l’opera
propriamente detta nacque solo quando si stabilì che la musica e il
canto dovevano avere una funzione primaria nella definizione dei
personaggi e delle situazioni di un dramma.
Alle
origini dell’opera si collocano le ricerche condotte negli ultimi
decenni del Cinquecento dalla Camerata de’ Bardi e soprattutto da JACOPO
PERI ( 1561-1633), OTTAVIO RINUCCI (1563-1621) e GIULIO
CACCINI (1550-1618), autori del primo melodramma, Euridice,
ispirato alla rinascita della tragedia greca e vicino all’impostazione
teatrale del dramma pastorale. Musicalmente, il dramma caldeggiato dai
membri della Camerata stabiliva la superiorità della monodia sul canto
polifonico fino ad allora dominante. La monodia solista, che si
concretizza nell’opera, impegna la voce solista a realizzare addirittura
un personaggio. La poetica del “recitar cantando” cioè
l’impegno di sottolineare musicalmente le inflessioni espressive del
testo, provoca un’attenzione sul frammento che richiede un fraseggio
estremamente complesso e quindi richiede al cantante un possesso completo
del mezzo vocale a ogni punto dell’estensione e una voce addestrata a
piegarsi ad ogni sfumatura d’intensità.
|
Jacopo
Peri, detto "Zazzerino", nei panni di Arione nel
quinto intermezzo della Pellegrina, Firenze, 1589. Disegno di
Bernardo Buontalenti, scenografo dello spettacolo, allestito
in occasione delle nozze di
Ferdinando de' Medici con Cristina di Lorena.
Jacopo
Peri (Roma
1561 - Firenze 1633)
Compositore e
cantante italiano. Di nobile famiglia svolse gli studi musicali a
Firenze con C. Malvezzi, maestro di cappella in S. Lorenzo. Nel
1584 si recò a Mantova nella speranza di ottenere un posto di
maestro di cappella, ma già nel 1589 risultana al servizio della
corte dei Medici come cantante, musico e infine camerlengo (1618).
Occupò un posto eminente nella Camerata Fiorentina ed ancor più
nel cenacolo di Jacopo Corsi, dove si radunavano letterati e
musicisti desiderosi di sperimentare nuovi linguaggi musicali da
applicare al teatro. A lui si deve la creazione dello stile
recitativo, forma che, già adombrata nella monodia Dunque fra
torbide onde, da lui composta e cantata alle nozze del granduca
Ferdinando, trovò piena realizzazione nella favola in musica Dafne
(su testo di Ottavio Rinuccini), rappresentata in una prima
versione nel 1594 e nel 1598 in casa Corsi. Nel 1600, sempre su
libretto di Rinuccini, apparve l’Euridice. L'opera,
composta per le nozze di Enrico IV di Francia e Maria de' Medici,
è il primo esempio di opera in musica nello stile
"recitativo", con accompagnamento improvvisato su basso
continuo. Il successo riscosso da Euridice suscitò le invidie di
molti altri musicisti dell'epoca che tentarono invano di
attribuirsi la paternità del nuovo stile. Nonostante ciò Peri
rimane senza dubbio il più deciso attuatore di questa pratica che
porta al melodramma grazie ad uno stile di canto espressivo,
aderente alle dinamiche sia musicali che della dizione e capace di
mantenere tensione drammatica. Peri compose, inoltre, Tetide,
Adone, Guerra d’amore, i cui testi sono andati perduti. Nel
1609, a Firenze furono pubblicate Le varie musiche, madrigali a
una, due e tre voci in cui Peri fuse armonicamente passi in stile
recitativo, cantabili e arie.
Per
approfondimenti:
http://sprezzatura.altervista.org/sn_8804.htm
|
| Giulio
(detto Giulio Romano) Caccini
(Roma 1550 circa - Firenze 1618)
Cantore e
strumentista alla corte medicea, studiò canto e liuto con
Scipione della Palla, ed ebbe modo di vivere nell’ ambiente
erudito della Camerata Fiorentina ed insieme a Jacopo Peri ne
divenne una delle figure più rappresentative, distinguendosi per
genialità nella creazione dei canto monodico, propugnato dal
gruppo. Nel 1600 musicò l’Euridice del Rinuccini, che
però non fu rappresentata che due anni dopo. Contemporaneamente
anche Peri musicò la stessa opera nella quale vennero inseriti
passi del Caccini pare quale ricompensa per la concessione di
cantanti della sua scuola per le prime rappresentazioni. Nel 1602
pubblicò la raccolta Le Nuove musiche in cui vennero
raggruppati arie e madrigali ad una voce e nella prefazione alla
seconda edizione, pubblicata nel 1614 Caccini rivendicò quale sua
l’invenzione della monodia accompagnata. Nel 1604, su invito
della regina Maria de’ Medici, si recò in Francia insieme con
la seconda moglie e le due figlie, Settimia e Francesca, entrambe
cantanti. La figlia Francesca, detta La Cecchina (Firenze 1587-
1640), ebbe grande popolarità anche come compositrice
distinguendosi, come il padre, nella composizione di musiche
monodiche: della sua produzione ricordiamo le Musiche a 1 e 2
voci, e musiche strumentali e vocali per i balletti Il
ballo delle zingare del 1614, il Rinaldo innamorato e La
liberazione di Ruggero del 1625.
Per
approfondimenti:
http://digilander.libero.it/gianuario/S.O.S.htm
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Si
mirasse all’espressione o al puro virtuosismo, come spesso avvenne più
tardi, sempre il suono doveva essere il più possibile armonioso,
rifiutando a priori ogni esplosione di forza. Da qui la definizione di belcanto.
Il cantante inoltre aveva il diritto, anzi, il dovere di improvvisare , di
variare, mediante l’uso si abbellimenti e di colorature.
La
genesi dell’opera si completò nel Seicento per merito soprattutto di CLAUDIO
MONTEVERDI (1567-1643), la cui attività operistica va dall’Orfeo,
del 1607, all’Incoronazione di Poppea del 1643. Egli affermò una
concezione della musica essenzialmente come fatto espressivo, come mezzo
per rivelare gli affetti dell’animo umano. Portò il recitativo,
derivato dal recitar cantando della Camerata Fiorentina, a un’evidenza e
un’energia musicale estreme sviluppandolo nelle sue due forme
principali: il recitativo semplice (detto secco nell’Ottocento),
accompagnato da un solo strumento (nel Settecento il cembalo) e il
recitativo accompagnato (detto anche obbligato o strumentato),
sostenuto dall’orchestra. Nelle opere il recitativo aveva funzione
narrativa e di separazione per i pezzi a forma chiusa come arie e
duetti.
| Claudio
Monteverdi (Cremona
1567 - Venezia 1643)
Primogenito
di cinque fratelli si dedicò precocemente alla musica insieme al
fratello Giulio Cesare. Poco o nulla sappiamo della sua
adolescenza, eccetto il fatto che fu allievo di Marc'Antonio
Ingegneri, maestro di cappella del duomo di Cremona. A quindici
anni affrontò per la prima volta la composizione, con la raccolta
Sacrae Cantiunculae a tre voci, seguite nel 1583 da una
prima raccolta di Madrigali spirituali a quattro voci, da
un libro di Canzonette a tre voci (1584) e, nel 1587, dal
primo dei sei libri di Madrigali a cinque voci che
soprattutto contribuirono ad espandere la fama del musicista. In
un breve soggiorno a Milano, in cui si fece notare per le sue
multiformi capacità, fu preso a ben volere dal senatore Ricardi
che, nel 1590, lo introdusse come cantore e suonatore di viola, a
Mantova presso la corte ducale di Vincenzo Gonzaga. Monteverdi
acquistò presto i favori del duca, noto per la sue stranezze e
per la sua condotta tutt'altro che irreprensibile, ma anche per la
sua ambizione di figurare come mecenate e protettore delle arti al
pari di altri principi più ricchi e potenti. Al seguito della
corte Monteverdi si spostò dapprima in Ungheria (1595), quindi
nelle Fiandre. La campagna d' Ungheria fu occasione per lo
sviluppo di interessi per l'alchimia , per l'astrologia e per le
scienze occulte, interessi che in seguito gli causarono noie con
l'Inquisizione. Il viaggio nelle Fiandre invece fu importante per
la sua maturazione musicale perchè venne in contatto con i nuovi
orientamenti del gusto francese. Non è sicuro che egli abbia
accompagnato Vincenzo Gonzaga anche a Firenze dove fu
rappresentato nel 1600 il primo melodramma della storia, l'Euridice
di Peri e Caccini, in occasione delle nozze di Maria de' Medici
con Enrico IV. Certamente però il duca di Mantova, per non essere
da meno della corte medicea, si diede un gran daffare perchè
fosse allestito un melodramma anche nella sua città. Nonostante
questo le cose andarono per le lunghe e Monteverdi, nominato,
sempre a Mantova, nel 1603, "maestro di musica della
camera", alternò le sue faticose funzioni di corte con la
pubblicazione di Madrigali e la composizione di commedie,
intermezzi e balli. Nel frattempo, nonostante la sue condizioni
economiche non fossero floride a causa dell' avarizia del duca,
sposò la cantante di corte Claudio Cattaneo, dalla quale ebbe due
figli, Massimiliano e Francesco, ed una figlia morta nella prima
infanzia. Intanto ricevuto il libretto della Favola di Orfeo da
Alessandro Striggio lo mise in musica e l’Orfeo venne
rappresentato trionfalmente per la prima volta nel 1607 con
repliche a Milano, Torino, Cremona e forse Firenze. Seguirono nel
1608 Arianna (di cui ci rimane soltanto il celebre Lamento,
aria in cui l' autore riversò il dolore per la morte della
moglie) scritta in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga e
Margherita di Savoia e Il ballo delle ingrate, balletto
alla francese. Congedatosi per qualche tempo dalla corte per
motivi di salute, si rimise nel 1610 ed affrontò un viaggio a
Firenze e Roma, dove forse sperava in un incarico nella cappella
pontificia. Nel 1613 fu nominato "maestro di musica della
Serenissima Repubblica di San Marco", e nel 1614 pubblicò il
sesto libro dei Madrigali. Inserito in un ambiente meno
oppressivo e ben più generoso di riconoscimenti anche materiali
quale quello veneziano, compose numerosi altri melodrammi e
balletti, tutti smarriti ad eccezione del Ritorno di Ulisse in
patria (1641) e dell’Incoronazione di Poppea (1642),
ultima sua opera. In uno stile interiormente unitario, Monteverdi
portò, in tutte le forme trattate una comune "verità di
espressione" raggiunta superando i canoni accademici del suo
tempo — il "favellar cantando" della Camerata
fiorentina — riscoprendo i valori espressivi dei timbri
strumentali, legando intimamente la parola alla musica e
inventando per alcuni strumenti nuovi accorgimenti tecnici ed
esecutivi. Semplificò, inoltre, l’impianto polifonico, conferì
risalto drammatico al recitativo incentrando nell'
"aria" il nucleo vitale del melodramma fino ad allora
fluente in una diffusa, generica declamazione. Accentuò poi il
clima drammatico delle sue opere, inserendo nello svolgimento
dell’azione intensi commenti orchestrali. L’esempio più
schietto del nuovo sentimento della musica introdotto da
Monteverdi nella storia della cultura europea, può essere
indicato nel Combattimento di Tancredi e Clorinda, composto
sulle ottave del Tasso e compreso nei Madrigali guerrieri et
amorosi pubblicati nel 1638. Un’edizione delle opere di
Monteverdi in sedici volumi fu avviata nel 1927, a cura di Gian
Francesco Malipiero.
Per
approfondimenti: http://www.fondazionemonteverdi.it/
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Con
Monteverdi furono delineate alcune caratteristiche che l’opera conserverà
nel tempo: distinzione precisa tra recitativo e aria, assunzione della
forma strofica e dei ritornelli, inserimento di danze. Fondamentale per il
suo sviluppo fu poi l’apertura del primo teatro pubblico, il San
Cassiano di Venezia, inaugurato nel 1637. Uscendo dalla corte, l’opera
si trasforma in una macchina elaborata e fastosa che mira a colpire lo
spettatore con la complessità dei soggetti, degli allestimenti e con il
virtuosismo. Monteverdi, GIACOMO CARISSIMI (1605-1674), FRANCESCO
CAVALLI (1602-1676), PIETRO ANTONIO CESTI (1623-1669) e gli altri
operisti del secolo accolsero, oltre ai soggetti mitologici, anche quelli
storici, lasciando convivere elementi drammatici e comici, aristocratici e
popolareschi.
| Giacomo
Carissimi (Marino,
Roma 1605 - Roma 1674)
Ultimo
dei numerosi figli di una famiglia di umili origini, rimase orfano
di madre a 17 anni. Diciottenne entrò come cantore nella cappella
del duomo di Tivoli e ne fu organista dal 1625 al 1627. Nei due
anni successivi fu maestro di cappella della cattedrale di San
Rufino in Assisi e dal 1630 in poi, si stabilì a Roma come
maestro di musica nel Collegio Germanico di Sant’Apollinare.
Nonostante le richieste da parte di Cristina di Svezia e di
Ferdinando III d’Asburgo per essere presente nelle rispettive
corti, Carissimi decise di dedicarsi completamente all’
insegnamento ed alla composizione. Iniziò così il periodo più
intenso della sua vita artistica. La sua attività di compositore
fu molto apprezzata dai contemporanei e gli valse onori e fama
nonostante la sua condotta di vita moderata ed appartata. E’
certo comunque che nel 1650 il musicista era già molto noto: fu
intatti menzionato nella “Musur gia Universalis”, opera
erudita di Athanesius Kircher, pubblicata in quell’anno. In
effetti il contributo di Carissimi alla storia della musica può
essere paragonato a quello di Claudio Monteverdi: entrambi
infatti, partendo da una produzione polifonica, entrarono in
contatto con il mondo del teatro, assimilandone le motivazioni
interiori e, applicando lo stile recitativo della Camerata
Fiorentina, crearono musiche piene di forza drammatica e di
poesia. Carissimi però non compose mai melodrammi, (salvo la sua
opera teatrale “Le amorose passioni di Lileno”, che
costituisce l’unico tentativo effettuato in questo settore;
eseguita a Bologna nel 1647 successivamente andò perduta.) ma si
dedicò soprattutto al genere sacro; gli oratori, di cui può
considerarsi il primo grande autore, ne fecero uno dei più
illustri musicisti del ‘600 italiano. Molto arduo ordinare
cronologicamente le sue opere principali che andarono in parte
perdute quando, soppressa la Compagnia di Gesù, l’archivio di
Sant’Apollinare fu distrutto. Oltre ai numerosi oratori, tra cui
Jephte, Il giudizio di Salomone, Jonas, Job, Ezechia, Il diluvio
universale Carissimi lascia altre musiche sacre, molte cantate
profane ed infine un saggio stilistico dal titolo Ars cantandi.
Per
approfondimenti: http://www.carissimi.it
; http://www.giacomocarissimi.net/
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
| Pietro
Francesco Cavalli (Crema,
14 febbraio 1602 - Venezia, 14 gennaio 1676)
Il
suo vero nome fu Pietro Francesco Caletti, ma ancora giovanissimo
adottò per riconoscenza quello del patrizio veneto Federico
Cavalli, che gli aveva offerto la sua protezione portandolo con se
a Venezia e iscrivendolo prima come tenore poi come organista
nella cappella ducale diretta da Claudio Monteverdi. Divenuto in
tal modo allievo del grande musicista, ebbe modo di accogliere in
vent’anni di costante e appassionato studio la ricca e sensibile
esperienza del maestro, sviluppando tuttavia in modo
personalissimo i suoi insegnamenti, soprattutto con
l’introduzione di nuovi contenuti drammatici e di un preciso
gusto spettacolare. Tra le sue numerosissime opere teatrali (32), Le
Nozze di Teti e di Peleo, rappresentata nel 1639, risente
ancora chiaramente delle favole pastorali di Monteverdi, mentre Didone
(1641), Giasone (1649) e poi Xerse (1654) possono
considerarsi i suoi capolavori. Nel 1660 fu invitato a Parigi con
grandissimi onori per scrivere un’opera commissionata dal
cardinal Mazarino in occasione del matrimonio di Luigi XIV, l’Ercole
amante. Tale opera fu però sostituita da una nuova
rappresentazione di Xerse, a causa di un ritardo nella costruzione
del nuovo teatro (l’Ercole Amante verrà rappresentato solo nel
1662). Cavalli fece di tutto per incontrare il gusto della corte
parigina, ma la sua opera non piacque, anche se tale atteggiamento
fu in parte dovuto a un certo diffuso risentimento anti-italiano.
Rientrato a Venezia con il proposito di non dedicarsi più
all’opera, dal 1668 fino alla morte fu maestro della cappella di
San Marco e compose soprattutto musica sacra.
Per
approfondimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Cavalli
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
|
Antonio Cesti
(Arezzo 1623 -
Firenze 1669)
Nato ad Arezzo nel 1623, Antonio Cesti
cominciò ben presto la carriera di musicista, esibendosi come
cantore nelle chiese cittadine. A soli 14 anni prese l’abito dei
Minori conventuali francescani, assumendo il nome di frate Antonio
in sostituzione dell’originario Pietro, ed entrò nel convento
di S. Francesco ad Arezzo, dove la sua presenza è documentata
fino al 1643. Le informazioni sulla sua formazione musicale sono
scarse: forse fu allievo di Carissimi e Abbatini a Roma, ma
nessuna fonte ci conferma la sua presenza in gioventù nella città
pontificia. Trasferitosi nel convento francescano di Volterra,
ricoprì i ruoli di organista, di maestro di cappella della
cattedrale, di maestro di musica del seminario e,
contemporaneamente, quello di organista a S. Croce a Firenze. Al
periodo volterrano risale l’amicizia con il commediografo
Ricciardi e con il pittore Salvator Rosa, con il quale intrattenne
un’intensa corrispondenza, importante per la ricostruzione di
molti particolari della vita di Cesti e della ricezione delle sue
opere. Nel 1649-50 fu a Pisa come tenore nella cappella del duomo,
poi a Firenze e Lucca, dove conobbe Francesco Sbarra, suo primo
librettista e collaboratore in Austria negli anni Sessanta. Nel
1653, grazie all’interessamento di Mattias de’ Medici, fu
assunto alla corte di Innsbruck, presso l’arciduca Ferdinando
Carlo del Tirolo, in qualità di maestro di cappella della camera;
il ruolo era stato confezionato apposta per Cesti e comportava la
responsabilità dei musici di camera, la composizione di musica di
intrattenimento e la supervisione del teatro d’opera di corte.
Eccetto una breve parentesi romana presso la cappella pontificia,
Cesti rimase a Innsbruck fino al 1665, quando, in seguito
all’estinzione del ramo tirolese, si spostò con Sbarra a
Vienna. Alla corte imperiale fu nominato “cappellano
d’onore” e “intendente delle musiche teatrali
dell’imperatore”; emblema di questo periodo è Il pomo
d’oro, opera monumentale in cinque atti, composta per il
matrimonio di Leopoldo I con l’Infanta di Spagna. Rientrato alla
fine del 1668 a Firenze, vi morì l’anno seguente e fu sepolto
ad Arezzo. Cesti si dedicò quasi esclusivamente al dramma per
musica, intonando, nell’arco della sua carriera, una decina di
libretti. Nella sua produzione si può distinguere fra gli
allestimenti giovanili destinati ai teatri pubblici e le
commissioni di ambienti privati dotati di maggiori risorse
economiche. Le opere veneziane rappresentano il primo tentativo di
concorrenza al successo di Francesco Cavalli e sono caratterizzate
da una forma più semplice rispetto a quelle concepite per
Innsbruck e per Vienna, dal momento che prevalgono i recitativi
secchi, vi figurano pochi ensembles strumentali e permane
un distacco marcato tra aria e arioso. Per il momento l’abilità
compositiva di Cesti si manifesta soprattutto nel trattamento
delle situazioni comiche e nel delineare i personaggi buffi;
eppure, consacrate dai palcoscenici veneziani, queste prime
composizioni ebbero una diffusione molto ampia e inaugurarono
alcuni teatri pubblici in città periferiche e di provincia. I
drammi “austriaci” successivi, a partire dalla Dori del
1657, si contraddistinguono per una maggior ricchezza di pezzi
concertati e di sezioni corali, e sono incentrati su soggetti non
più storici ma allegorici e mitologici. L’abbondanza di mezzi a
disposizione di Cesti si dispiega specie nel Pomo d’oro,
che prevede un cast di oltre venti personaggi e che nel 1668 fu
rappresentato in un teatro appositamente costruito per le nozze
dell’imperatore. La fama postuma di Cesti e la conoscenza
diretta che di lui ebbe il Settecento sono legate alla feconda
produzione di cantate da camera a una o due voci, comprendente 61
lavori scritti per basso o soprano e basso continuo, in cui domina
il principio della varietà inteso sia come libertà nella
successione, nella lunghezza e nel numero di arie e recitativi,
sia come impiego di forme e metri diversi. Nonostante queste
composizioni fossero eseguite e diffuse già fra i contemporanei,
esse non videro mai la pubblicazione, per cui resta oggi difficile
stabilire una cronologia, se non assolutamente approssimativa.
Per
approfondimenti: http://www.sidm.it/sidm/pubblicazioni/quaderniridm/qridm37.html
|
La
diffusione dell’opera fu subito enorme: dalla metà del Seicento fino
all’Ottocento inoltrato fu in Italia (Firenze, Venezia, Roma, Napoli i
principali centri) spettacolo di elezione per le classi nobili e per il
popolo e conobbe grandissima fortuna anche all’estero. Compositori e
interpreti si recarono infatti dall’Italia nei maggiori centri europei.
A Parigi, il fiorentino GIOVANNI BATTISTA LULLI (1632-1687),
aggiornato sull’operismo veneziano e sul contemporaneo grande momento
del teatro francese di Corneille, Racine, Molière, creò il genere delle tragédies-lyriques
e fissò le basi del teatro lirico francese: struttura testuale
esemplata sui modelli illustri della tragedia; recitativo aderente alla
struttura fonetica della parola; stile di canto privo di virtuosismi;
largo spazio al coro e al ballo e un discorso orchestrale vario e
timbricamente brillante.
| Jean-Baptiste
Lully (Firenze
1632 - Parigi 1687)
Compositore
italiano, naturalizzato francese. Le sue origini sono tuttora
ignote: egli si diceva filglio di un gentiluomo fiorentino, mentre
altri affermavano fosse figlio di un semplice mugnaio; la leggenda
vuole che il suo talento fosse scoperto mentre, ascoltato durante
il riposo dalle sue mansioni di sguattero, si esibiva con il
violino. In raltà Lully (francesizzazione di Giovanni Battista
Lulli) fu condotto a Parigi ancora ragazzo nel 1646, dove divenne
cameriere personale della principessa d'Orléans e dove studiò
violino, canto e danza. Nel 1652 fu assunto alla corte di Luigi
XIV dapprima quale baladin e come mimo, poi quale compositore e
direttore del complesso dei petits violons. Studiò, in seguito,
il clavicembalo e la fuga, conservando per lungo tempo
l’impronta della scuola italiana, favorita anche dall'influenza
che l'opera italiana esercitava a Parigi, dove era stato
introdotta dal Cardinal Mazzarino. Nel 1661, prendendo la
cittadinanza francese, Lully assunse la carica di maître de la
musique de la Famille royale. Entrato negli ambienti più
raffinati della cultura francese, fu il musicista di Corneille e
soprattutto di Molière, con il quale fu in grande amicizia e per
il quale compose numerosi balletti inseriti nello svolgimento
delle commedie. Nonostante questi balletti spesso non avessero
alcun legame con la trama della commedia ne costituivano i punti
di maggior attenzione: Lully fu il primo ad introdurre nella comédie-ballet
delle danzatrici professioniste: in precedenza infatti i ruoli
femminili erano interpretati da uomini travestiti. Spesso anche i
dignitari di corte prendevano parte attiva nelle rappresentazioni
mescolandosi con i danzatori professionisti e con lo stesso Re
Sole che si faceva vanto della sua abilità di ballerino. In
queste composizioni si può già scorgere il cammino intrapreso da
Lully verso la creazione di uno stile francese basato sulla
nobilitazione delle arie di corte tradizionali e sulla ricerca di
una assoluta fedeltà ai caratteri ritmici della lingua. Attratto
sempre più dallo spettacolo musicale, finì con l’essere
l’iniziatore del teatro musicale francese, attuando nella tragédie
lyrique i principi estetici del suo tempo, configurabili
nell’unità delle tre principali componenti dello spettacolo:
l’intelligenza del testo letterario, il fasto scenico e
coreografico, la suggestione della musica. Rilvata nel 1672 l'impresa teatrale del poeta Perrin, oberato dai debiti, Lully
assunse il monopolio dell'opera francese fino al punto di esigere
la richiesta del suo benestare per la rappresentazione di opere di
altri compositori. Nello stesso anno ottenne il privilegio per la
fondazione dell”’ Académie royale de la musique “. Passato
dal balletto al melodramma, si affermò nel 1673 con l’opera
Cadmus et Hermione, avviando poi con il Thésée (1675) - cui
seguirono Bellérophon (1679), Proserpine (1680),
Persée (1682),
Amadis de Gaule (1684) Roland (1685), Armide (1686) - il nuovo
corso del melodramma francese, incentrato sull’ariosità del
canto, sull’agilità del recitativo valorizzato come elemento
drammatico, sullo smalto dell’orchestra più intimamente legata
alla vicenda scenica, in una simbiosi fra il testo poetico e la
musica, sottratta ad ogni edonismo virtuosistico. Per la maggior
parte delle sue opere Lully si avvalse del più dotato librettista
francese: Philippe Quinault. Lully lasciò anche pagine di musica
sacra e strumentale, di cui ricordiamo i 12 grandi mottetti ed i
13 piccoli mottetti. Morì per una cancrena contratta ferendosi ad
un piede mentre, con il suo bastone, batteva il tempo per l'esecuzione del suo Te Deum. Dopo la sua morte, per circa mezzo
secolo (e cioè fino alla comparsa di Rameau) la cultura musicale
francese si svolse nell’ambito lulliano. Dei tre figli — Louis,
Jean-Louis, Jean-Baptiste, pur essi interessati alla musica —
l’ultimo si acquistò qualche merito, curando ai primi del
‘700 l’edizione delle opere paterne. Il recupero odierno delle
opere lulliane risulta quanto mai ostico a causa della notevole
distanza tra le pressi esecutive dell' epoca e quelle attuali;
inoltre, non ultimo, rimane il problema di proporre al pubblico
moderno una drammaturgia così diversa da quella proposta dall'opera
ottocentesca e divenuta poi odierno modello di riferimento.
Per
approfondimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Baptiste
Lully
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
____________________________________________________________________________________
|
Commenta
questo articolo nel  |
|
|