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BREVE STORIA DELL'OPERA (seconda parte) di Laura Sacchiero IL SETTECENTO
A
partire dal 1720 circa l’opera manifestò i segni di una crisi in
cui si esprimeva l’inadeguatezza del dramma lirico alle esigenze di un
pubblico sostanzialmente mutato nella propria composizione sociale. Vi fu
chi reagì limitandosi ad offrire una nuova dimensione musicale
all’opera seria e chi invece tentò di rinnovarla. Tra i primi si schierò
Händel e JEAN-PHILIPPE RAMEAU (1683-1764 LEGGI
LA BIOGRAFIA), che proponeva rapporti
più attenti tra testo e musica, voce, orchestra ed elementi scenici, ma
soprattutto un inedito peso all’aspetto propriamente musicale dell’opera.
Tra i secondi fu CHRISTOPH WILLIBALD GLUCK (1714-1787 LEGGI
LA BIOGRAFIA), che con la
collaborazione di RANIERI DE’ CALZABIGI (1714-1795) reagì con
una riforma contro gli abusi dell’opera seria, del virtuosismo
vocale, della struttura a recitativi e arie nettamente divisi che
rivendicava all’overture la funzione di preparare il clima espressivo
dell’opera e proponeva semplicità e chiarezza, una naturalezza
che puntasse sul linguaggio del cuore, delle passioni…in altre parole,
un maggiore approfondimento drammatico, che si avvertirà nelle
opere dei compositori dell’ultima parte del secolo. Alla
crisi dell’opera seria concorse e rispose l’opera buffa, che
nacque nel Settecento ed ebbe grandiosa fioritura, distaccandosi
dall’opera seria ed organizzandosi subito con maggiore libertà di forme
e contenuti. Questo genere, basato su testi realistici, richiese ai suoi
interpreti (protagonisti di vicende assai più vicine alla vita
quotidiana) doti di mimica e recitazione maggiori rispetto
all’opera seria e offrì uno stile di canto meno complesso e meno
fiorito, contrapponendo al virtuosismo vocale dei castrati e delle
prime donne la nascita di caratteri definiti in base al tipo di voce.
Così il servo sciocco era tenore, il paggio e la fanciulla soprani, la
vecchia contralto, il protagonista maschile tenore, l’antagonista basso
e l’evirato poteva essere presente solo in vesti femminili a sostituire
il soprano. Inoltre, alla semplice alternanza di recitativi e arie
subentrarono duetti, terzetti, concertati ed elaborati finali.
Rappresentata in Italia da BALDASSARRE GALUPPI (1706-1785 LEGGI
LA BIOGRAFIA), GIOVANNI BATTISTA
PERGOLESI (1710-1736), NICCOLO’ PICCINNI (1728-1800), GIOVANNI
PAISIELLO (1740-1816 LEGGI
LA BIOGRAFIA), DOMENICO CIMAROSA (1749-1801
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LA BIOGRAFIA), per citare solamente i
maggiori, l’opera buffa fu condotta ai vertici nelle supreme
formulazioni mozartiane, che trascendono i limiti stessi del genere.
Mentre col Ratto al serraglio
e Il flauto magico WOLFGANG AMADEUS MOZART (1756-1791 LEGGI
LA BIOGRAFIA) getta le basi
dell’opera tedesca, con Le nozze di Figaro e il Don Giovanni compie
il passaggio decisivo alla concezione della voce come mezzo di
caratterizzazione drammatica, così i tipi vocali tendono stabilmente
a identificarsi con ruoli veri e propri. Forme e stile vocale sono
sostanzialmente quelle dell’opera buffa italiana, di cui utilizza anche
gli interpreti, ma Mozart approfondisce la psicologia dei personaggi
utilizzando una gamma di sfumature assai più ricca, che si evidenzia nel
confronto simultaneo delle voci nei pezzi d’insieme. Vocalmente
affini all’opera buffa furono l’intermezzo (che ebbe il suo
capolavoro nella Serva Padrona di Pergolesi), breve
rappresentazione in genere comica in auge nella prima metà del
Settecento, inserito tra un atto e l’altro di uno spettacolo drammatico
per occuparne l’intervallo e l’opera semiseria, fiorita nella
seconda metà del secolo, che accolse spesso arie di bravura e accentuò
le note sentimentali aumentando la gamma espressiva.
Un
discorso a parte va fatto per la tragédie-lirique francese che,
portata ad alto livello da Lulli e Rameau, ebbe vita in parte autonoma
rispetto a quella italiana. Le principali differenze tra di esse
riguardano i ruoli vocali: in Francia non esistono evirati, ed esiste in
pratica un solo tipo di voce femminile, il soprano; per quanto riguarda le
voci maschili, che sono invece differenziate, assoluta novità è la voce
di haute-contre corrispondente al moderno tenore. Questa voce, superflua
in Italia per il dominio degli evirati nelle tessiture elevate, trionfò
all’epoca di Rameau con Pierre Jelyotte, che va ricordato come il primo
grande tenore della storia. Oltre
alla riforma di Gluck, che in Francia trovò terreno favorevole,
l’evento che caratterizzò il secolo fu la nascita dell’opéra-comique,
che segue l’enorme successo dell’opera buffa italiana a Parigi. I
compositori francesi si trattennero da uno stile vocale tecnicamente
complesso, infatti i maggiori interpreti rimasero più attori che cantanti
veri e propri, ma comunque si superò il senso d’inferiorità verso il
canto italiano scoprendo formule espressive che s’intonavano allo charme
tipico della lingua francese. Alla
fine del secolo, mentre in Italia l’opera seria sembra aver concluso il
suo ciclo storico, in Francia fiorì un’opera neoclassica che
tramandò i valori drammatici gluckiani, ma arricchì i soggetti con
elementi esotici ed azioni coreografiche, mirando ad una grandiosità che
non trascura l’arricchimento del linguaggio armonico e strumentale. I
protagonisti furono ETIENNE-NICHOLAS MÉHUL (1763-1817), GASPARE
SPONTINI (1774-1851 LEGGI
LA BIOGRAFIA) e LUIGI CHERUBINI (1760-1842
LEGGI
LA BIOGRAFIA).
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