METODO DI CANTO GREGORIANO (parte ottava)

IL CANTO LITURGICO DA GREGORIO MAGNO ALLA NASCITA DELLA POLIFONIA

Gregorio Magno, di famiglia senatoria romana, discendente dalla gens Anicia, dopo aver rivestito delle cariche pubbliche si ritirò a vita monastica. Rimase a Costantinopoli, come legato di papa Pelagio II presso l’imperatore d’Oriente, circa sei anni. Nel 590 fu eletto papa. Aiutò la popolazione romana durante la peste e anche quando essa era tormentata dalla fame. Difese i possedimenti pontifici dai Longobardi e nel 593 mosse contro Agilulfo che marciava verso Roma, riuscendo a salvare la città, ma impegnandola al versamento di 500 libbre d’oro all’anno alla monarchia longobarda.

Favorì l’opera della cristianizzazione di questo popolo insieme alla regina Teodolinda. Curò l’amministrazione del popolo scegliendo i “rectores” fra i membri del clero romano, cercando di assicurare la giustizia e l’ordine.  

Egli riunì tutti i canti sacri in un grande libro: l’Antifonario, pretendendo che anche nell’Occidente fossero eseguite soltanto melodie gregoriane. Ordinò il canto liturgico romano che da lui prese il nome di gregoriano. Il suo svolgersi lento e calmo, quasi fuori dal tempo, invogliava i fedeli alla contemplazione della grandezza divina e al distacco dalle cose terrene. Era per questo motivo a ritmo libero, le note si susseguivano senza il rigore delle stanghette, senza quindi essere suddivise in battute, per seguire fedelmente gli accenti del linguaggio parlato. L’assenza del ritmo è l’elemento più caratteristico del canto gregoriano. Tale assenza era dovuta alla convinzione che esso, appunto, fosse strettamente legato alla quotidianità della vita terrena e perciò lontano dalla spiritualità. Inoltre era vocale, affidato rigorosamente alle sole voci, in quanto preghiera (Era uno scandalo in quei tempi fare entrare in chiesa uno strumento musicale!). Il testo era in latino.

Il canto gregoriano è giunto fino ai nostri giorni, grazie ai centri di cultura musicale che erano i monasteri, le abbazie e i conventi, soprattutto benedettini, dove le musiche venivano trascritte a mano dai monaci. Lo sviluppo del gregoriano fu favorito anche dalla formazione di una Schola Cantorum in Roma, frequentata per ben nove anni dai coristi, che imparavano a memoria tutte le partiture, dal momento che non esisteva la stampa musicale. I gesti della mano del direttore erano un valido sussidio mnemonico per orientare i cantori nell’apprendere le melodie. La loro collocazione era vicino l’altare, dove in piedi e in posizione eretta venivano eseguite le melodie sia a “dialogo”, fra un solista e il coro (canto responsoriale), sia “monodico”, da un solista o da un coro omofono (cioè tutte le voci cantavano la stessa melodia), o infine dal coro diviso in due parti (canto antifonale).

Le varie forme del canto gregoriano erano:

1) Salmodico o accentus, tratto dai salmi (erano versi di lode a Dio tratti dalla Bibbia), la lettura era sillabica, una nota per ogni sillaba, cantata sempre dal celebrante sullo stesso tono (monotonale o canto piano).

2) Melismatico o concentus, era il canto vero e proprio che nacque come risposta all’accentus. Esso veniva eseguito dai fedeli o dalla Schola Cantorum. La melodia era ricca di melismi, ossia di tante note attorno ad una sola sillaba. Un esempio è l’alleluja sulle cui vocali ruotavano tante note.

I segni verticali interposti al testo hanno la sola funzione di delimitare le frasi del versetto ai fini della respirazione;

Le doppie stanghette delimitano i versetti interi.

Le “i j” poste dopo un versetto sono segno di ritornello ed indicano quante volte il versetto va ripetuto  ( i j = 2 volte). (i i j = 3 volte, ecc.).

La chiave posta all’inizio di ogni rigo è la chiave di DO che si trova sulla terza linea, quindi tutte le note che si trovano su questa linea si chiameranno sempre DO.

Come è evidente, le note non avevano la forma attuale cioè arrotondate, ma erano quadrangolari o romboidali e la scrittura veniva chiamata “quadratica”. A tale scrittura si giunse in seguito a quella “neumatica”, fatta cioè da “neumi”: punti, virgole, trattini arrotondati che trovavano la loro collocazione non sul pentagramma, bensì sulle parole da cantare per indicare l’alzarsi o l’abbassarsi del suono.

Solo più tardi si videro le prime linee orizzontali di diverso colore, precedute da lettere dell’alfabeto per indicare le note: F= Fa (linea rossa); C= DO (linea gialla)

.

Con Guido d'Arezzo (monaco benedettino) si ebbe la nascita del primo rudimentale pentagramma che conteneva quattro righi e prese appunto il nome di "tetragramma".

E’ a lui che si deve l’invenzione delle note che egli ricavò dall’Inno a San Giovanni, prendendo le iniziali di ciascun verso, ossia la sillaba iniziale delle parole latine di ciascun rigo. 

“Affinché i tuoi servi, possano cantare, a corde spiegate le tue mirabili gesta, togli la colpa, che contamina il labbro, o San Giovanni.”

Per memorizzare l’altezza delle note, Guido D’Arezzo fece uso della mano.

Con la sistemazione del repertorio gregoriano e la sua conseguente diffusione in luoghi molto lontani dal centro romano, dove le tradizioni musicali erano assai diverse, per il canto gregoriano vi furono grosse novità in quanto risentì dell’influenza esterna assumendo nuovi elementi. Nacquero così la Sequenza e il Tropo.

La prima derivava dall’Alleluja e si inseriva in coda ai canti con una serie di vocalizzi (numerose note attorno ad una sillaba); il secondo è un arricchimento del canto: infatti vengono inseriti, all’interno del canto stesso, nuovi testi, sia cantati che parlati. Così il gregoriano diventa sempre più elaborato. Ciò che rimase invariato fu la monodia, cioè il canto ad una sola voce, ma si cominciava a delineare nel suo interno una forma nuova, detta “organum”, dove ad una voce principale che intonava una melodia (vox principalis), se ne affiancava una seconda che riprendeva la stessa melodia, ma ad una altezza diversa (vox organalis) cantando contemporaneamente alla prima. Incomincia in qualche modo a nascere la prima forma di polifonia.

Il canto gregoriano è rimasto per quattordici secoli il canto ufficiale della chiesa cattolica fino ad una ventina di anni fa. Esso accompagnava tutte le funzioni religiose e nella messa era presente abitualmente con le parti fisse che costituivano il canto ordinario (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei), mentre Introitus, Graduale, Alleluja, Offertorium, Communio erano facoltativi.

M° Giovanni Vianini

_________________________________________________________________________

APPROFONDIMENTI:

http://www.cantoambrosiano.com  

http://www.cantogregoriano.it/vianini.htm  

GIOVANNI VIANINI.
Milanese ma di origini cremonesi, inizia la sua attività musicale a otto anni come cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Milano. Principalmente il suo impegno musicale è rivolto allo studio, divulgazione e pratica in liturgia del canto Ambrosiano e Gregoriano: al suo attivo vi sono 49 anni di servizio liturgico come cantore, organista e direttore di coro. E’ direttore del coro Schola Gregoriana Mediolanensis, da lui formata nel 1981. Nell' Ottobre del 2000 ha ricevuto dall' Arcivescovo di Milano S. E. Card. Carlo Maria Martini una medaglia come segno di riconoscimento per il lavoro svolto nel canto ambrosiano e gregoriano.   

RECAPITI:
Via U. Masotto 30, 20133 - MILANO  
tel/fax 02-70.100.338
e.mail giovannivianini@aliceposta.it

____________________________________________________________________________________

Commenta questo articolo nel

 

 

____________________________________________________________________________________