STORIA DEGLI STRUMENTI MUSICALI

2. IL FORTEPIANO

a cura di Laura Sacchiero  

Fortepiano è il nome con il quale si usa convenzionalmente chiamare il pianoforte nei suoi primi anni di vita. Fortepiano e pianoforte differiscono tra loro non solo per il periodo storico in cui gli strumenti vennero costruiti, ma anche e soprattutto per importanti caratteristiche tecniche. 
L'epoca d'oro di questo strumento abbraccia il periodo che va dal 1780 al 1835.

Disponibile in due varianti, a coda o a tavolo, il fortepiano è costruito interamente in legno, senza rinforzi metallici; le corde sono percosse da martelletti rivestiti di pelle. 

L'estensione era inizialmente di quattro ottave, che aumentarono fino a sei. 

Le varie zone della tastiera hanno una individualità sonora molto pronunciata, che differisce dalla omogeneità caratteristica dei moderni pianoforti. La dinamica è ridotta per quanto riguarda il volume, ma è assai varia per tutte le sfumature di piano, pianissimo, mezzoforte e forte che si possono ottenere.

Inoltre è possibile mutare il timbro delle corde attraverso una serie di meccanismi comandati da pedali o ginocchiere, presenti in numero variabile, con effetti sonori particolarissimi e impossibili da trasferire su strumenti moderni:

  • Pedale moderatore: interpone a corde e martelletti una sottile striscia di feltro per rendere il suono più vellutato, creando un effetto vaporoso e misterioso.

  • Liuto: preme del materiale morbido contro le corde, a ridosso del ponticello, smorzandone il suono.

  • Pedale degli smorzi: consente alle corde di vibrare liberamente

  • 1 Corda: sposta tutta la meccanica facendo sì che il martello batta solo su una delle tre corde per ogni tasto.

  • Fagotto: una striscia di pergamena viene a contatto con le corde vibranti, producendo così un suono nasale simile a quello del fagotto.

  • Pedale delle turcherie: si tratta senza dubbio del pedale più bizzarro e la sua funzione è azionare una serie di marchingegni che riproducono un suono di grancassa (battendo un mazzuolo al di sotto della tavola armonica), campanelli (tre battenti che percuotono altrettanti campanelli metallici situati sulla parete interna sinistra dello strumento) e piatti (una lamina di metallo che batte, scendendo per peso, sulle corde dei bassi), elementi tipici della musica turca, così come filtrata dalla cultura viennese dell'epoca.

Molti di questi effetti col tempo "passarono di moda" e furono quindi eliminati dai moderni pianoforti.

LA STORIA

Il primo e più importante fra i costruttori di fortepiani fu il fiorentino Bartolomeo Cristofori (Padova, 4 maggio 1655 - Firenze, 27 gennaio 1731)

Della vita di Cristofori si conosce poco e la sua invenzione fu pressoché ignorata in Italia. 
Si trasferì da Padova a Firenze intorno al 1690, dietro richiesta del principe Ferdinando de' Medici, rinomato clavicembalista: questo fatto suggerisce che Cristofori aveva già fama di abile costruttore di strumenti musicali.
Sembra che Cristofori abbia inventato il fortepiano tra il 1698 ed il 1700 e, secondo fonti contemporanee, nel 1711 si contavano quattro dei suoi strumenti. Il principio innovativo del suo nuovo strumento, chiamato “gravicembalo con il piano e forte” o “cembalo a martelli”, consisteva nell’applicazione di una martelliera ad una struttura di clavicembalo. Quest'operazione aveva una particolare ragione d'essere: negli strumenti a tastiera, la corda pizzicata da un meccanismo rispondeva sempre con la stessa intensità di suono mentre la riuscita sperimentazione dell'inserimento della nuova meccanica nella preesistente cassa del clavicembalo permetteva di agire sul tasto con più o meno forza per poter ottenere l'effetto rispettivamente di forte e di piano.  
Ferdinando morì nel 1713 e Cristofori rimase al servizio dell'Arciduca Cosimo III, divenendo in seguito (1716) responsabile della manutenzione della collezione di strumenti raccolta da Ferdinando; su 84 strumenti, 7 erano costruiti da Cristofori.
Seppure in modo semplice il “gravicembalo” di Cristofori conteneva tutte le parti essenziali della meccanica di un pianoforte: martelletti articolati, indipendenti dai tasti e forniti di uno scappamento semplice, smorzatori singoli per ogni corda. 
Nel 1720 fu perfezionato il rudimentale sistema di scappamenti, compare il paramartello e viene aggiornato il sistema di smorzatori:
Cristofori migliorò il suo fortepiano a tal punto da arrivare, nel 1726, alle basi della tecnica pianistica moderna. 
Gli strumenti di questo tipo che oggi rimangono a noi sono tre: uno, del 1720, conservato a New York, uno, del 1722, conservato a Roma ed uno, del 1726, conservato a Lipsia. L’esemplare di Roma, l’unico rimasto in Italia, è quello mantenuto nelle migliori condizioni. Ambito: 4 ottave do1-do5. Misure: Lato A cm. 82; soli tasti cm. 68,7; lato B cm.22,6; lato C cm.25; lato D cm. 176; lato E cm. 64; alt. cassa (chiuso) cm.21.

 

Bartolomeo Cristofori

Il Fortepiano di Cristofori conservato a Roma

-> Ascolta il suono 

LA MECCANICA DI CRISTOFORI

La meccanica inventata da Bartolomeo Cristofori intorno al 1700 non si limita a consentire la percussione delle corde per mezzo di un martelletto con maggiore o minore forza, in modo da ottenere suoni più o meno intensi, ma regola il movimento del martello in modo estremamente preciso:

• ottimizzando il rapporto tra la velocità di abbassamento del tasto e la velocità di rotazione del martello, per mezzo di opportuni rapporti delle lunghezze e delle posizioni dei fulcri delle tre leve implicate: la leva del tasto, la leva intermedia e il martelletto stesso;

• controllando la corsa del martello verso le corde, per mezzo dello scappamento, che spinge il martello verso le corde distaccandosene appena prima della percussione;

• controllando il ritorno del martello per impedirgli di rimbalzare indietro verso le corde e produrre una ripetizione indesiderata, per mezzo del paramartello, che accoglie il martello finché il tasto resta abbassato.


A seguito della diffusione dalla notizia della realizzazione di Cristofori, si svilupparono una moltitudine di progetti per la costruzione di strumenti similari come quelli di Jaen Marius a Parigi e di Christoph Schröter a Dresda, progetti che non vennero mai realizzati a causa della mancanza di appoggi e di finanziamenti.  

Migliore fu la sorte di Gottfried Silbermann (Kleinbobritzsch, 14 gennaio 1683 – Dresda, 4 agosto 1753), uno dei più illustri organari del Settecento. Oltre a creare più di 50 organi, 29 dei quali si trovano ancora oggi in Sassonia, Silbermann fu anche una figura centrale nella storia dell'evoluzione del pianoforte. 
Nel 1711, Scipione Maffei, facendo delle ricerche sull'origine del fortepiano, aveva pubblicato un'intervista con Cristofori su un giornale italiano, il “Giornale de’ letterati d’ Italia”, in cui la sua invenzione è descritta nei minimi particolari, persino con schemi delle meccanica e lodata per le caratteristiche innovative del suono. Nel 1725 questo articolo venne tradotto in tedesco dal poeta di corte di Dresda, Johann Ulrich König, e si pose presumibilmente all'attenzione di Silbermann, che si adoperò per copiare scrupolosamente la meccanica degli strumenti di Cristofori. Nel 1726 egli presentò tre strumenti che fondevano la meccanica italiana di Cristofori e quella tedesca di Schröter. Presentati a J.S. Bach non piacquero per l’esiguità del suono nel registro acuto e per la pesantezza della meccanica. Lo strumento esaltò invece Federico II di Prussica che ne acquistò ben 15 esemplari (ancora oggi due si trovano nel palazzo di Federico a Potsdam). Grazie a questo appoggio Silbermann potè perfezionare il suo strumento che, ripresentato a Bach nel 1747, non solo fu giudicato positivamente, ma il compositore tedesco si pose addirittura come intermediario per la vendita di tali strumenti, firmando un regolare contratto datato 8 maggio 1749.
Silbermann fu l'inventore di una caratteristica tipica dei pianoforti moderni: lo smorzatore, che consiste in un pedale che consente alle corde del pianoforte di vibrare liberamente. L'iniziale progetto di Silbermann, però consisteva non in un pedale, ma in una leva manuale azionata dal pianista, caratteristica che però richiedeva che il musicista utilizzasse una mano per azionare il meccanismo, interrompendo la propria funzione sulla tastiera.

Probabilmente Cristofori ed i suoi contemporanei non ebbero successo perché operarono troppo in anticipo sui tempi, in un epoca in cui la qualità sonora dei loro strumenti non corrispondeva all’ideale in auge. Quando però la polifonia lineare cedette il passo all’ espressione melodica, la possibilità di graduare il suono secondo gesti di interiore emotività mise in primo piano il fortepiano decretando il rapido declino del clavicembalo. Da strumento sperimentale il fortepiano diveniva strumento di largo uso: nel 1770 era diffuso in tutte le sale da concerto d’ Europa.

La storia industriale del Fortepiano-pianoforte inizia dopo il 1750: la dinastia di Silbermann viene continuata da Johann Andreas Stein (Heidesheim, 16 May 1728 - Augsburg, 29 February 1792)
Dopo aver appreso il mestiere di costruttore d'organi nell'officina paterna, si perfezionò dapprima a Strasburgo presso Silbermann e poi a Ratisbona presso F.J. Späth. Si stabilì poi definitivamente ad Augusta, dove fondò uno stabilimento molto importante per l'epoca, che costruiva fino a 20-25 strumenti l'anno.
 

Egli perfezionò ulteriormente la meccanica di Silbermann inaugurando così la meccanica cosiddetta “viennese” perché sarà adottata da tutti i fabbricanti austriaci fino alla metà del XIX secolo.
La forma della cassa era quella dedotta dal clavicembalo e la sonorità degli strumenti di Stein era discreta e penetrante tanto da conquistare l’apprezzamento di W. A. Mozart che, nel 1781 arrivando a Vienna scrisse : “Sono arrivato nella Klavierland”! Lo stesso Mozart propose a Stein di sostituire le ginocchiere con degli smorzi.

LA MECCANICA VIENNESE


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 Johann Andreas Stein, 1783
(Boston, Museum of Fine Arts)

1796, John Broadwood & Son
(Boston, Museum of Fine Arts)

In altri stati Europei ed in particolare in Inghilterra si sviluppa una storia “parallela” per il fortepiano; verso il 1760 Johann Christian Bach sbarca a Londra insieme ad altri numerosi musicisti e costruttori di strumenti costretti in Europa all’inattività dalla guerra dei 7 anni. La tipologia di strumento che si sviluppa in questa area è però differente: è il fortepiano “a tavolo” o “square piano”. Introdotto dal costruttore Johannes Zumpe (1735-1785) aveva il vantaggio che poteva essere ricavato semplicemente sostituendo la meccanica dei clavicordi. Le corde erano parallele alla tastiera e non perpendicolari. Zumpe ed in seguito John Broadwood (1732-1812) produssero in Inghilterra un grandissimo numero si “square pianos” estendendo la tastiera a 5 ottave e ½ ed in seguito a 6, applicando i pedali in sostituzione delle ginocchiere e rinforzando la cassa.

Il fortepiano quadrato era uno strumento tipicamente domestico; non aveva una sonorità pari ai modelli a coda utilizzati nei concerti, ma era di ridotte dimensioni e poteva fungere anche da scrittoio.  

SQUARE PIANO

J.Zumpe - Londra 1767
(New York, Metropolitan Museum of Art)

John Broadwood & Son, 1797
(New York, Metropolitan Museum of Art)

La meccanica dello Square piano: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Zumpe_english_single_square_action.svg

Nel 1768 J.Ch.Bach tiene il primo recital di fortepiano in Inghilterra. Nel frattempo la moda del fortepiano contagia tutta l’ Europa ed il nuovo strumento diviene uno status symbol.

Negli anni ’70 del settecento un allievo di Broadwood, Stodart costruisce un tipo di fortepiano con un suono più importante poiché rinforzato nelle sue strutture e nell’ incordatura; contemporaneamente compare il pedale (o la ginocchiera) dell’una corda.

Negli anni ’80  Broadwood rivoluziona la modalità di produzione degli strumenti applicando un metodo di produzione industriale, cosa che gli permetterà di surclassare i suoi concorrenti producendo più di 500 pianoforti l’anno contro i 50 prodotti con metodi tradizionali.  

Con lo scorrere del 1700 muoiono tutti i compositori della vecchia generazione come Bach. Couperin, Scarlatti, Haendel, e la nuove generazioni sono ormai formate sul gusto compositivo relativo al fortepiano: il tramonto del clavicembalo è ormai compiuto; si pensi che Broadwood rifiutò un reso di un clavicembalo un cambio di un fortepiano perché il clavicembalo era ormai impossibile da smerciare.

Con il dilagare della moda si moltiplicano i costruttori: tra il 1760 ed il 1851 si conoscono almeno 400 costruttori di pianoforti; gli esperimenti furono tantissimi, non esisteva uno standard costruttivo e la fantasia degli artigiani non aveva limiti: nacquero così il fortepiano ellittico, strumenti di forma ovale, il cosiddetto piano-lira o piano-giraffa, strumenti con 4, 5, 6 pedali con effetti “speciali” come fagotto e turcherie.  

Fortepiano CONRAD GRAF
Vienna, 1820 circa (A.B.C. Firenze)

Erard et Cie, ca. 1840
(New York, Metropolitan Museum of Art)

"Piano-lira", 1835
Johann Christian Schleip, Berlin

(Boston, Museum of Fine Arts)

Upright Harp Piano, 1843
(New York, Metropolitan Museum of Art)

Intorno al 1810-1820 lo splendore del fortepiano è al massimo livello; a questo punto però le sorti degli strumenti con meccanica viennese e quelle degli altri prodotti nelle restanti parti dell’ Europa si fanno differenti. La meccanica viennese era per sua costituzione meno aperta ad ulteriori perfezionamenti, cosa che la rese sfavorita nel momento in cui il francese Erard brevettò il doppio scappamento nel 1821. La meccanica a doppio scappamento è alla base di tutte le meccaniche moderne: il movimento avviene in due fasi - mentre il tasto resta depresso dopo una prima fase che coinvolge l'azione del primo scappamento, il martello resta sospeso, grazie all'azione della leva di ripetizione, a una distanza inferiore alla metà di quella iniziale rispetto alle corde. Il secondo scappamento consente di rilanciare il martello da questa posizione.

LA MECCANICA DI ÉRARD

A partire da questi anni la sorte del fortepiano è segnata a causa dell’incalzare di nuove esigenze sonore. I nuovi romantici come Chopin ma soprattutto Liszt ( pare che Liszt durante i suoi concerti richiedesse sempre 2 fortepiani perché immancabilmente uno si rompeva!) ricercano volumi sonori che il fortepiano non può più dare. Le sale da concerto si ampliano ed il concerto come evento divistico esige nuovi spazi. Le nuove composizioni di livello virtuosistico mai visto prima richiedono meccaniche ancora più resistenti e scattanti. Ecco che la meccanica viennese viene a poco a poco abbandonata ( anche se saranno prodotti strumenti con questo tipo di meccanica sino alla fine del 1800 ).

Negli Stati Uniti, meno tradizionalisti e più aperti alle innovazioni si applicò il primo telaio in metallo ( brevettato da Stainway nel 1839 circa ); in Europa furono più restii ad inserire elementi metallici per rinforzare la tenuta ed aumentarne il volume di suono perché aleggiava la convinzione che tali inserti causassero un brutto suono.  

La maggiore richiesta di volume sonoro giustificata dal diffondersi del rito del concerto pubblico in ambienti sempre più vasti, impose l’uso di corde non più di ottone, rame o ferro, bensì di acciaio con calibri maggiori e quindi con maggiori tensioni a loro volta necessariamente sostenute non più da un fragile telaio in legno, ma da un robusto sostegno di ghisa. I martelli non più ricoperti di pelle ma di feltro, e di dimensioni maggiori, erano chiamati a produrre sonorità più adatte a un pubblico sempre più numeroso. 

Con l’applicazione del telaio in ghisa il fortepiano in senso stretto cessa di esistere per lasciare strada al pianoforte che, fatto salvo per poche migliorie apportate durante il secolo XIX, assomiglia in tutto e per tutto agli strumenti odierni

Ma il fortepiano non può essere considerato come uno strumento primitivo successivamente perfezionato sino ad arrivare al pianoforte, in quanto fu perfettamente funzionale ai musicisti e alle esigenze dell’epoca del suo maggiore splendore. E’ in questa ottica che negli ultimi cinquanta anni il rinnovato interesse per una lettura filologica della produzione musicale del periodo classico e romantico ha portato alla riscoperta, alla rivalutazione e al recupero del fortepiano non più e non soltanto come reperto museale, ma come arnese della musica. 

ASCOLTI

Johann Christian Bach, Sonata Op.17 Nr. 2, 3° movimento: Prestissimo (Marco Cadario, Fortepiano Johann Schantz 1800)  

Johann Nepomuk Hummel, Recollections of Paganini (M.Cadario, Fortepiano Schott 1830 ca.)

 

APPROFONDIMENTI

Il recupero del fortepiano e la sua presenza nella vita musicale contemporanea

Accademia Bartolomeo Cristofori

http://www.museostrumentimusicali.it/strumento1.asp?id=604

Convegno internazionale "la cultura del Fortepiano"

Early Piano - Fortepiano Information site
http://it.wikipedia.org/wiki/Gottfried_Silbermann

http://en.wikipedia.org/wiki/Johann_Andreas_Stein

http://www.answers.com/topic/johannes-zumpe

http://en.wikipedia.org/wiki/John_Broadwood

http://www.arcobalenodellenote.it/pianoforte5.asp

 

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