ATMOSFERA
DI UN CANTO GREGORIANO
"Scendemmo
al mattutino. Quell’ultima parte della notte, quasi la prima del nuovo
giorno
imminente, era ancora nebbiosa. Benché la
chiesa fosse fredda, fu con un sospiro di sollievo
che mi inginocchiai sotto quelle volte, al
riparo degli elementi, confortato dal calore degli altri corpi,
e della preghiera. Il canto dei salmi era
iniziato da poco. Quando si giunse alla fine dell’Ufficio,
l’Abate ricordò ai monaci e ai novizi che
occorreva prepararsi alla grande messa natalizia e che
perciò, come d’uso, si sarebbe impiegato
il tempo prima delle laudi provando l’affiatamento
dell’intera comunità nell’esecuzione
dei canti previsti per quella occasione. Quella schiera di
uomini devoti era in effetti armonizzata
come un solo corpo e una sola voce, e da un volgere lungo
di anni si riconosceva unita, come
un’anima sola, nel canto. L’Abate invitò a intonare il Sederunt.
L’inizio del canto diede una grande
impressione di potenza. Sulla prima sillaba si iniziò un coro
lento e solenne di decine e decine di voci,
il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le
nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere
dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre
altre voci incominciavano a tessere, su
quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e
melismi, esso – tellurico – continuava a
dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un
recitante dalla voce cadenzata e lenta per
ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni
timore, per la fiducia che quell’ostinata
sibilla, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre
voci (e massime quelle dei novizi) su quella
base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne,
pinnacoli di neumi. E mentre il mio cuore
stordiva di dolcezza, quelle voci parevano dirmi che
l’anima (degli oranti e mia che li
ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento,
attraverso di essi si lacerava per esprimere
la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di
sonorità soavi”.
(Umberto
Eco, Il Nome della Rosa, Bompiani,1980,p.413-415)
IL
“CERVELLO” GREGORIANO
Una
recente ricerca neurologica ha mostrato che nei riti religiosi di tutto il
mondo, la poesia è
cantata generalmente con un ritmo tra i
2 e i 4 secondi, un ritmo che ora i ricercatori credono
corrisponda a un sistema interno del
cervello umano. Questo sistema, compendiato dalle
tradizioni del canto gregoriano, sembra
aiutare l’integrazione dei due emisferi celebrali
nell’ambito del processo informativo.
Come ha scritto un monaco contemporaneo, questo
potrebbe spiegare come mai il canto
rituale dei testi sacri contribuisca in modo tutto
particolare ad un profondo assorbimento
e coinvolgimento largamente sublimale, che supera
largamente la comprensione puramente
razionale. Questa teoria potrebbe anche spiegare
l’attuale popolarità della
discografia del canto gregoriano tra persone che dedicano
pochissimo tempo al rito religioso, o
che non trovano più alcun significato in quello che i monaci
chiamano “un povero cristianesimo di
facciata”.
I
monaci sanno da lungo tempo che il recitare e cantare comunitario dei
salmi dà un impronta
di totalità e di ordine molto
particolare al loro giorno e stabilisce anche il ritmo delle loro
vite. Ecco perché i monaci continuano
a riunirsi per cantare, anche se all’apparenza può
sembrare monotono.
Questo
è il motivo per cui S. Benedetto definì la liturgia delle ore “Il
lavoro di Dio”; e per la
stessa ragione i benedettini oggi
ancora definiscono “Il canto gregoriano – canto comunitario”
fondamenta su cui costruire tutto il
resto. Ora sembra che questa convinzione abbia una base
neurologica sita proprio nel cervello.
Gli
scienziati hanno anche confrontato ciò che Tomas Merton (scrittore e
monaco
cistercense) aveva capito per
esperienza e affermava: “Il canto gregoriano è bello e risana”,
infatti sappiamo che mentre si canta si
partecipa maggiormente e si crede più
profondamente. Come tanti altri
elementi della vita monastica, il gregoriano è questione di
concentrazione. Ci insegna la bellezza
della semplicità, dipendenti solo dalla bellezza della
semplice voce umana senza ornamenti.
Inoltre alimenta la vita comunitaria. Nel canto
gregoriano c’è bisogno di persone
che accettino di cantare non per primeggiare ma con
l’obiettivo di formare un'unica voce.
Praticamente il gregoriano fa sentire il cantore
estremamente grato verso coloro che
cantano insieme a lui. Quando un cantore pronuncia una
nota troppo debolmente emettendo più
un lamento che una nota musicale, qualcun altro
supplirà a questo errore. Cosi anche
per la respirazione, avverrà in modo che non ci siano vuoti
ottenendo così uno scorrere fluido
melodioso e continuo.
Il
fluire della musica gregoriana ricorda il ritmo delle onde dell’oceano,
calmo e incessante,
mai inutile, un suono gratificante che
può innalzarsi incredibilmente e poi rifluire e spegnersi
nel silenzio.
E’
una musica in armonia con il corpo e con l’universo stesso.
E’
anche, sempre, lode di Dio e a Dio.
CANTO
GREGORIANO - AMBROSIANO
Spiritualità
ed universalità
Alle
origini della tradizione musicale occidentale si pone il repertorio
Gregoriano atto di
avvio ufficiale del cammino che ha
accompagnato le civiltà colte attraverso venti secoli
di musica. Al di là dell’intrinseco
valore artistico e del profondo significato convenzionale,
recuperare il Gregoriano è un po' come
andare alla ricerca delle proprie radici storiche; è un
viaggio nel passato pieno di fascino e
di sorprese, che permette di indagare su un momento
culturale ricco di stimoli e di
ritrovare la condivisa e profonda eredità spirituale che lo
caratterizza.
L’abitudine
di comprendere con il termine di canto Gregoriano tutta la tradizione
monodica
antica, religiosa e per sole voci, è
frutto di una generalizzazione che ha contribuito a celare
tracce importanti di evoluzione. Oggi,
in un clima di ricerca musicologica sottratta ai
condizionamenti ideologici
post-riformistici, è possibile, e necessario chiarire la posizione
storica e il significato poetico
complessivo di questo repertorio: per una migliore
comprensione estetica e una corretta
valutazione sociale. Far luce sul canto Gregoriano
significa innanzi tutto ripercorrere
l’itinerario storico che l’ha favorito.
Cronologicamente
parlando bisogna riferirsi ai primi secoli dell’era cristiana: quando il
cammino apostolico dei Padri della
Chiesa, approdato al centro dell’Impero Romano, è
costretto a confrontarsi con una
situazione estremamente complessa e articolata che vedeva
la
coesistenza di popoli diversi, ciascuno con lingue e tradizioni proprie.
L’organizzazione della
nuova confessione religiosa e la
costituzione del conseguente apparato chiesastico, favorì lo
sviluppo di un repertorio di musiche e
tesi. Si tratta di un primo corpus liturgico, non ancora
espressione completamente originale,
inteso come naturale ed efficace completamento
dell’ecumenica missione
evangelizzante, capace in qualche modo di unificare il nascente mondo
cristiano in nome delle idealità
autentiche che portava con sé. Nelle cerimonie dell’antica
Chiesa romana risuonavano musiche e
testi (il greco Kyrie eleison ad esempio) influenzate dai
tipi di canto dell’Oriente e ancora
fortemente ancorate ai modi musicali preesistenti, spesso
pagani. Attraverso stratificazioni
successive si svilupparono espressioni musicali
differenziate, legate a particolarismi
locali, che conobbero momenti di significativa vivacità
creativa: il canto gallicano (nella
zona francese), mozarabico (nell’attuale Spagna), ambrosiano
(nei territori che facevano capo a
Milano), sono alcuni fra i tanti repertori delle celebrazioni
liturgiche cristiane che si
svilupparono in concomitanza con il canto romano antico, o
paleoromano, della capitale.
In
questa fase storica, dunque, non esisteva una liturgia omogenea
accompagnata da un’unica
tradizione musicale. Neppure con
Gregorio Magno, papa dal 590 al 604 - e nonostante la
Chiesa, dopo secoli di vicende
travagliate, vedesse progressivamente rafforzato il proprio
potere politico e la propria autorità
spirituale - si profilarono mutamenti sostanziali nella
creazione d’un repertorio specifico e
congruo ai progressivi mutamenti della celebrazione
liturgica. Occorre pertanto sfatare la
leggenda, perpetuata nei secoli con evidente
legittimatorio (Papa Gregorio fu il
riformatore del culto cristiano: disegnò l’anno liturgico e
provvide alla redazione dei testi dei
primi Antifonari), secondo cui Gregorio sarebbe stato
l’inventore del canto che da Lui
avrebbe preso nome.
L’apocrifa
attribuzione si diffuse ovunque a partire dalla biografia del Santo
redatta tre
secoli dopo da Giovanni Diacono,
arricchita da aneddoti e di leggende che consegnarono ai
posteri l’immagine agiografica di
Papa direttamente ispirato da Dio nell’arte compositiva. Una
testimonianza eloquente è costituita
dal fiorente repertorio iconografico che contemplava
l’immagine di Gregorio seduto in
cattedra e insignito delle vesti pontificali nell’atto di dettare
ad uno scriba le melodie che lo Spirito
Santo, sotto forma di colomba, gli suggeriva
all’orecchio.
Senza
dubbio il pontificato di Gregorio segnò un momento importante nella
storia della
Chiesa, soprattutto riguardo il
riordinamento dei testi del repertorio cultuale, ma per nulla
inerente alla musica, dal momento che
la notazione (cioè i primi metodi di scrittura musicale)
nacque più di due secoli dopo: gli
esempi più antichi compaiono in Musica Enchiriadis, trattato
anonimo del IX secolo.
Le
ricerche musicologiche, avvalorate dallo studio delle fonti musicali e dal
loro confronto con
i dati storici, hanno accreditato
l’ipotesi che il canto cosidetto Gregoriano avesse avuto
origine dalla fusione - avvenuta in
epoca Carolingia, verso la fine del secolo VIII - fra il
repertorio antico Romano e il Gallicano,
a seguito delle vicende che portarono alla creazione
del Sacro Romano Impero. Il nuovo
canto, come la nuova fisionomia politica dell’Europa, fu
imposto d’autorità soppiantando gli
altri repertori. Un’eccezione fu rappresentata
dall’Ambrosiano che rimase in vita,
circoscritto all’antica area arcivescovile di Milano (una
vasta zona che comprendeva la regione
lombarda, con esclusione di Monza, fino ad alcune valli
del Canton Ticino, e con prolungamenti
verso i territori limitrofi di Piacenza e Vercelli)
proseguendo il proprio cammino
parallelamente al canto “ufficiale” e mantenendo fino ad oggi
la propria autonomia.
All’interno
della liturgia - considerata nei due ambiti paralleli corrispondenti alla
celebrazione della Messa e alla recita
collettiva dell’Ufficio - il repertorio nuovo si consolidò
in formule, modi esecutivi, stili di
canto attraverso un incessante processo di stratificazione e
di trasformazione graduali, avvenute
soprattutto nei monasteri (famosi quelli di San Gallo,
Einsiedeln, Nonantola, Fulda, Tours,
Montecassino, Corbie), centri attivissimi oltre che di
pratica teologica e ispirato a
devozione quotidiana, di studio, di trascrizione e d’inesausta
dedizione alla musica. I generi di
monodia liturgica, cioè la melodia e l’innodia (destinati
all’Ufficio), e i canti della Messa
(raggruppati a seconda della natura dei testi in Ordinarium
Missae e Proprium Missae) nel momento
in cui furono assegnati ad esecutori professionisti,
accentuarono il proprio contenuto
estetico-musicale. Varietà di forme, di tecniche esecutive,
di stili melodici (dal sillabismo ai più
liberi e stupefacenti disegni melismatici, passando
attraverso tutta una serie di sfumature
intermedie) fanno del canto Gregoriano un repertorio
ricchissimo, in continua
proliferazione, interessante e affascinante per il rapporto
strettissimo che lo lega al testo sul
quale modella il proprio andamento ritmico, ricalcandone il
significato mistico e spirituale di
orazione cantata. Si realizza, così, in ambito musicale, una
dimensione religiosa saldamente
ancorata al mistero originario del Verbo in cui la parola
(verbum, appunto) era motore ideologico
e polarizzante di fede difeso ad oltranza.
Custodito
all’interno di scuole specializzate, il canto Gregoriano venne dapprima
tramandato
oralmente, quindi codificato con la
nascita della scrittura musicale e preservato da
infiltrazioni musicali estranee, come
gli spunti musicali di carattere profano. Il passare dei
secoli non ne intaccò la purezza,
l’integrità, il significato. Al secolo scorso risale un’effettiva
opera di ripristino, promossa dai
Benedettini dell’Abbazia di Solesmes. Il coro "Schola
Gregoriana Mediolanensis" con la
sua presenza ventennale nelle liturgie, nei concerti e con le
pubblicazioni discografiche (21
compact-disc) con l’intento di riportare alla vita una
tradizione, ricerca il patrimonio
autentico e tenta un’interpretazione, il più possibile vicina alla
purezza e alla semplicità
dell’originale.
M°
Giovanni Vianini
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APPROFONDIMENTI:
http://www.cantoambrosiano.com
http://www.cantogregoriano.it/vianini.htm
GIOVANNI
VIANINI.
Milanese ma di origini cremonesi, inizia la sua attività musicale a
otto anni come cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Milano.
Principalmente il suo impegno musicale è rivolto allo studio,
divulgazione e pratica in liturgia del canto Ambrosiano e Gregoriano: al
suo attivo vi sono 49 anni di servizio liturgico come cantore, organista e
direttore di coro. E’ direttore del coro Schola Gregoriana
Mediolanensis, da lui formata nel 1981. Nell' Ottobre del 2000 ha
ricevuto dall' Arcivescovo di Milano S. E. Card. Carlo Maria Martini una
medaglia come segno di riconoscimento per il lavoro svolto nel canto
ambrosiano e gregoriano.
RECAPITI:
Via U. Masotto 30, 20133 - MILANO
tel/fax 02-70.100.338
e.mail giovannivianini@aliceposta.it
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