METODO DI CANTO GREGORIANO (parte nona)

ATMOSFERA DI UN CANTO GREGORIANO

"Scendemmo al mattutino. Quell’ultima parte della notte, quasi la prima del nuovo giorno imminente, era ancora nebbiosa. Benché la chiesa fosse fredda, fu con un sospiro di sollievo che mi inginocchiai sotto quelle volte, al riparo degli elementi, confortato dal calore degli altri corpi, e della preghiera. Il canto dei salmi era iniziato da poco. Quando si giunse alla fine dell’Ufficio, l’Abate ricordò ai monaci e ai novizi che occorreva prepararsi alla grande messa natalizia e che perciò, come d’uso, si sarebbe impiegato il tempo prima delle laudi provando l’affiatamento dell’intera comunità nell’esecuzione dei canti previsti per quella occasione. Quella schiera di uomini devoti era in effetti armonizzata come un solo corpo e una sola voce, e da un volgere lungo di anni si riconosceva unita, come un’anima sola, nel canto. L’Abate invitò a intonare il Sederunt. L’inizio del canto diede una grande impressione di potenza. Sulla prima sillaba si iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso – tellurico – continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell’ostinata sibilla, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza, quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi”.

(Umberto Eco, Il Nome della Rosa, Bompiani,1980,p.413-415)

IL “CERVELLO” GREGORIANO

Una recente ricerca neurologica ha mostrato che nei riti religiosi di tutto il mondo, la poesia è cantata generalmente con un ritmo tra i 2 e i 4 secondi, un ritmo che ora i ricercatori credono corrisponda a un sistema interno del cervello umano. Questo sistema, compendiato dalle tradizioni del canto gregoriano, sembra aiutare l’integrazione dei due emisferi celebrali nell’ambito del processo informativo. Come ha scritto un monaco contemporaneo, questo potrebbe spiegare come mai il canto rituale dei testi sacri contribuisca in modo tutto particolare ad un profondo assorbimento e coinvolgimento largamente sublimale, che supera largamente la comprensione puramente razionale. Questa teoria potrebbe anche spiegare l’attuale popolarità della discografia del canto gregoriano tra persone che dedicano pochissimo tempo al rito religioso, o che non trovano più alcun significato in quello che i monaci chiamano “un povero cristianesimo di facciata”.

I monaci sanno da lungo tempo che il recitare e cantare comunitario dei salmi dà un impronta di totalità e di ordine molto particolare al loro giorno e stabilisce anche il ritmo delle loro vite. Ecco perché i monaci continuano a riunirsi per cantare, anche se all’apparenza può sembrare monotono.

Questo è il motivo per cui S. Benedetto definì la liturgia delle ore “Il lavoro di Dio”; e per la stessa ragione i benedettini oggi ancora definiscono “Il canto gregoriano – canto comunitario” fondamenta su cui costruire tutto il resto. Ora sembra che questa convinzione abbia una base neurologica sita proprio nel cervello.

Gli scienziati hanno anche confrontato ciò che Tomas Merton (scrittore e monaco cistercense) aveva capito per esperienza e affermava: “Il canto gregoriano è bello e risana”, infatti sappiamo che mentre si canta si partecipa maggiormente e si crede più profondamente. Come tanti altri elementi della vita monastica, il gregoriano è questione di concentrazione. Ci insegna la bellezza della semplicità, dipendenti solo dalla bellezza della semplice voce umana senza ornamenti. Inoltre alimenta la vita comunitaria. Nel canto gregoriano c’è bisogno di persone che accettino di cantare non per primeggiare ma con l’obiettivo di formare un'unica voce. Praticamente il gregoriano fa sentire il cantore estremamente grato verso coloro che cantano insieme a lui. Quando un cantore pronuncia una nota troppo debolmente emettendo più un lamento che una nota musicale, qualcun altro supplirà a questo errore. Cosi anche per la respirazione, avverrà in modo che non ci siano vuoti ottenendo così uno scorrere fluido melodioso e continuo.

Il fluire della musica gregoriana ricorda il ritmo delle onde dell’oceano, calmo e incessante, mai inutile, un suono gratificante che può innalzarsi incredibilmente e poi rifluire e spegnersi nel silenzio.

E’ una musica in armonia con il corpo e con l’universo stesso.

E’ anche, sempre, lode di Dio e a Dio.

CANTO GREGORIANO - AMBROSIANO

Spiritualità ed universalità

Alle origini della tradizione musicale occidentale si pone il repertorio Gregoriano atto di avvio ufficiale del cammino che ha accompagnato le civiltà colte attraverso venti secoli di musica. Al di là dell’intrinseco valore artistico e del profondo significato convenzionale, recuperare il Gregoriano è un po' come andare alla ricerca delle proprie radici storiche; è un viaggio nel passato pieno di fascino e di sorprese, che permette di indagare su un momento culturale ricco di stimoli e di ritrovare la condivisa e profonda eredità spirituale che lo caratterizza.

L’abitudine di comprendere con il termine di canto Gregoriano tutta la tradizione monodica antica, religiosa e per sole voci, è frutto di una generalizzazione che ha contribuito a celare tracce importanti di evoluzione. Oggi, in un clima di ricerca musicologica sottratta ai condizionamenti ideologici post-riformistici, è possibile, e necessario chiarire la posizione storica e il significato poetico complessivo di questo repertorio: per una migliore comprensione estetica e una corretta valutazione sociale. Far luce sul canto Gregoriano significa innanzi tutto ripercorrere l’itinerario storico che l’ha favorito.

Cronologicamente parlando bisogna riferirsi ai primi secoli dell’era cristiana: quando il cammino apostolico dei Padri della Chiesa, approdato al centro dell’Impero Romano, è costretto a confrontarsi con una situazione estremamente complessa e articolata che vedeva la coesistenza di popoli diversi, ciascuno con lingue e tradizioni proprie. L’organizzazione della nuova confessione religiosa e la costituzione del conseguente apparato chiesastico, favorì lo sviluppo di un repertorio di musiche e tesi. Si tratta di un primo corpus liturgico, non ancora espressione completamente originale, inteso come naturale ed efficace completamento dell’ecumenica missione evangelizzante, capace in qualche modo di unificare il nascente mondo cristiano in nome delle idealità autentiche che portava con sé. Nelle cerimonie dell’antica Chiesa romana risuonavano musiche e testi (il greco Kyrie eleison ad esempio) influenzate dai tipi di canto dell’Oriente e ancora fortemente ancorate ai modi musicali preesistenti, spesso pagani. Attraverso stratificazioni successive si svilupparono espressioni musicali differenziate, legate a particolarismi locali, che conobbero momenti di significativa vivacità creativa: il canto gallicano (nella zona francese), mozarabico (nell’attuale Spagna), ambrosiano (nei territori che facevano capo a Milano), sono alcuni fra i tanti repertori delle celebrazioni liturgiche cristiane che si svilupparono in concomitanza con il canto romano antico, o paleoromano, della capitale.

In questa fase storica, dunque, non esisteva una liturgia omogenea accompagnata da un’unica tradizione musicale. Neppure con Gregorio Magno, papa dal 590 al 604 - e nonostante la Chiesa, dopo secoli di vicende travagliate, vedesse progressivamente rafforzato il proprio potere politico e la propria autorità spirituale - si profilarono mutamenti sostanziali nella creazione d’un repertorio specifico e congruo ai progressivi mutamenti della celebrazione liturgica. Occorre pertanto sfatare la leggenda, perpetuata nei secoli con evidente legittimatorio (Papa Gregorio fu il riformatore del culto cristiano: disegnò l’anno liturgico e provvide alla redazione dei testi dei primi Antifonari), secondo cui Gregorio sarebbe stato l’inventore del canto che da Lui avrebbe preso nome.

L’apocrifa attribuzione si diffuse ovunque a partire dalla biografia del Santo redatta tre secoli dopo da Giovanni Diacono, arricchita da aneddoti e di leggende che consegnarono ai posteri l’immagine agiografica di Papa direttamente ispirato da Dio nell’arte compositiva. Una testimonianza eloquente è costituita dal fiorente repertorio iconografico che contemplava l’immagine di Gregorio seduto in cattedra e insignito delle vesti pontificali nell’atto di dettare ad uno scriba le melodie che lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, gli suggeriva all’orecchio.

Senza dubbio il pontificato di Gregorio segnò un momento importante nella storia della Chiesa, soprattutto riguardo il riordinamento dei testi del repertorio cultuale, ma per nulla inerente alla musica, dal momento che la notazione (cioè i primi metodi di scrittura musicale) nacque più di due secoli dopo: gli esempi più antichi compaiono in Musica Enchiriadis, trattato anonimo del IX secolo.

Le ricerche musicologiche, avvalorate dallo studio delle fonti musicali e dal loro confronto con i dati storici, hanno accreditato l’ipotesi che il canto cosidetto Gregoriano avesse avuto origine dalla fusione - avvenuta in epoca Carolingia, verso la fine del secolo VIII - fra il repertorio antico Romano e il Gallicano, a seguito delle vicende che portarono alla creazione del Sacro Romano Impero. Il nuovo canto, come la nuova fisionomia politica dell’Europa, fu imposto d’autorità soppiantando gli altri repertori. Un’eccezione fu rappresentata dall’Ambrosiano che rimase in vita, circoscritto all’antica area arcivescovile di Milano (una vasta zona che comprendeva la regione lombarda, con esclusione di Monza, fino ad alcune valli del Canton Ticino, e con prolungamenti verso i territori limitrofi di Piacenza e Vercelli) proseguendo il proprio cammino parallelamente al canto “ufficiale” e mantenendo fino ad oggi la propria autonomia.

All’interno della liturgia - considerata nei due ambiti paralleli corrispondenti alla celebrazione della Messa e alla recita collettiva dell’Ufficio - il repertorio nuovo si consolidò in formule, modi esecutivi, stili di canto attraverso un incessante processo di stratificazione e di trasformazione graduali, avvenute soprattutto nei monasteri (famosi quelli di San Gallo, Einsiedeln, Nonantola, Fulda, Tours, Montecassino, Corbie), centri attivissimi oltre che di pratica teologica e ispirato a devozione quotidiana, di studio, di trascrizione e d’inesausta dedizione alla musica. I generi di monodia liturgica, cioè la melodia e l’innodia (destinati all’Ufficio), e i canti della Messa (raggruppati a seconda della natura dei testi in Ordinarium Missae e Proprium Missae) nel momento in cui furono assegnati ad esecutori professionisti, accentuarono il proprio contenuto estetico-musicale. Varietà di forme, di tecniche esecutive, di stili melodici (dal sillabismo ai più liberi e stupefacenti disegni melismatici, passando attraverso tutta una serie di sfumature intermedie) fanno del canto Gregoriano un repertorio ricchissimo, in continua proliferazione, interessante e affascinante per il rapporto strettissimo che lo lega al testo sul quale modella il proprio andamento ritmico, ricalcandone il significato mistico e spirituale di orazione cantata. Si realizza, così, in ambito musicale, una dimensione religiosa saldamente ancorata al mistero originario del Verbo in cui la parola (verbum, appunto) era motore ideologico e polarizzante di fede difeso ad oltranza.

Custodito all’interno di scuole specializzate, il canto Gregoriano venne dapprima tramandato oralmente, quindi codificato con la nascita della scrittura musicale e preservato da infiltrazioni musicali estranee, come gli spunti musicali di carattere profano. Il passare dei secoli non ne intaccò la purezza, l’integrità, il significato. Al secolo scorso risale un’effettiva opera di ripristino, promossa dai Benedettini dell’Abbazia di Solesmes. Il coro "Schola Gregoriana Mediolanensis" con la sua presenza ventennale nelle liturgie, nei concerti e con le pubblicazioni discografiche (21 compact-disc) con l’intento di riportare alla vita una tradizione, ricerca il patrimonio autentico e tenta un’interpretazione, il più possibile vicina alla purezza e alla semplicità dell’originale.

M° Giovanni Vianini

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APPROFONDIMENTI:

http://www.cantoambrosiano.com  

http://www.cantogregoriano.it/vianini.htm  

GIOVANNI VIANINI.
Milanese ma di origini cremonesi, inizia la sua attività musicale a otto anni come cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Milano. Principalmente il suo impegno musicale è rivolto allo studio, divulgazione e pratica in liturgia del canto Ambrosiano e Gregoriano: al suo attivo vi sono 49 anni di servizio liturgico come cantore, organista e direttore di coro. E’ direttore del coro Schola Gregoriana Mediolanensis, da lui formata nel 1981. Nell' Ottobre del 2000 ha ricevuto dall' Arcivescovo di Milano S. E. Card. Carlo Maria Martini una medaglia come segno di riconoscimento per il lavoro svolto nel canto ambrosiano e gregoriano.   

RECAPITI:
Via U. Masotto 30, 20133 - MILANO  
tel/fax 02-70.100.338
e.mail giovannivianini@aliceposta.it

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