METODO DI CANTO GREGORIANO (parte quinta)

ALCUNI CONSIGLI PER CANTARE BENE IL GREGORIANO (E LA MUSICA SACRA IN GENERE)

In base alle esperienze fatte in 49 anni di canto liturgico e alle soluzioni adottate per cercare di ottenere un buon risultato nel modo di cantare la Musica Sacra come preghiera e lode a Dio, non come forma di esibizione e/o di solo tecnica vocale, scrivo per i cantori che mi danno la loro fiducia e collaborazione nel tenere vivo il canto gregoriano in liturgia.

Alcuni consigli per cantare bene il gregoriano:  

Il canto gregoriano è preghiera cantata, quindi il suono deve essere sempre leggero, legato e umile.

Anche quando si esprime la lode gioiosa, il suono sarà più partecipato ma non dovrà essere grossolano o gridato.

Prima di cantare, sarà utile capire cosa si canta.

Quando si canta è logico ricordarsi che stiamo rivolgendoci a Dio, non siamo solo cantanti o musicisti; anche chi non ha il dono della fede, deve ricordarsi che sta praticando il canto sacro per eccellenza e quindi sia attento nel comportamento e nell’espressione del canto, rimanendo nell’ambito della lode e della preghiera.

Il canto gregoriano non cerca gli applausi; se questo consenso deve proprio avvenire, che sia espresso solo alla fine di una rappresentazione concertistica, non comunque e ovviamente in liturgia.

In Chiesa, negli spostamenti, i cantori si muoveranno pacatamente senza guardarsi in giro per farsi notare, ma con l’umiltà di chi sta compiendo un’importante azione liturgica e culturale, con professionalità e buon gusto.

E’ necessario pronunciare bene il testo, il testo della preghiera cantata può essere molto interiore ma dovrebbe essere anche capito da chi ascolta; si trovi il giusto equilibrio tra interiorità e comunicazione.

Non si canti mai di gola, quando le note salgono è necessario girare il suono di testa, sarà possibile una migliore intonazione. Per salire bene, nelle note alte le vocali devono essere rimpicciolite, partecipate e pensate.

Attenzione alle note acute di passaggio, solitamente sono calanti perché gli si dà poca importanza.

Nella salmodia, curare l’intonazione della corda di recita o tenore, non cantare mollemente ma partecipare sempre non solo con la voce ma anche e soprattutto con la mente; se pensiamo cosa stiamo cantando, la qualità automaticamente sarà molto buona.

Le A non devono essere troppo aperte ma devono tendere leggermente alle O.

Le I devono essere cantate pensando alla forma grafica della I in verticale, altrimenti tendono alla O e calano.

Si canti osservando il ritmo della parola; le note, i neumi del canto servono ad evidenziare il testo nel suo significato, quindi il canto avrà un “ritmo verbale“ non sillabato (il ritmo del testo parlato è il ritmo del testo cantato).

Le frasi vanno sempre partecipate, slanciate all’inizio e riposate al respiro. All’interno della frase tutto scorrerà legando da neuma a neuma. Per ottenere una buona legatura servirà conoscere bene la melodia, poi mentre si canta una nota, già si pensi alla prossima. Negli intervalli di terza, quarta, quinta.... non collegare i suoni glissando come nell’opera lirica, ma con l’aiuto di un’ipotetica H davanti alla vocale e un leggero rigonfiamento del suono (breve e delicata messa di voce) si passi da un suono all’altro senza portamento o collegamento di note intermedie.

Le note finali non devono ripiegarsi nella conclusione del loro suono ma devono essere sostenute nell’intonazione, la bocca deve rimanere aperta fino al termine della produzione del suono.

Le N finali devono risuonare leggermente nel naso con la lingua appoggiata al palato.

Il gregoriano, canto dal silenzio. Anche nelle nostre rumorose città, quando cantiamo il gregoriano, sarà bene ispirarci al silenzio monastico, dove nel silenzio, Dio si rende manifesto.

Prima di cantare sarà bene fare qualche vocalizzo e poi, soprattutto serviranno il silenzio e la concentrazione.

(Ricordiamoci l’importanza che ha il canto gregoriano nell’azione liturgica).

La Chiesa, come edificio, è un luogo di culto, non un salotto o un teatro; al termine di una liturgia o di un concerto, non ci si fermi a parlare in Chiesa ma si esca a commentare, salutare o altro che non riguardi il luogo sacro.

Terminato il canto, è doveroso e gradito il silenzio nel quale riecheggia la spiritualità del canto gregoriano.

Nell’attuare queste idee, ricordo a me stesso e ai cantori: l’umiltà, la coerenza e il silenzio.

Una definizione molto bella e significativa di Solange Corbin, importante studiosa e insegnante di musica antica all'Università di Poitier in Francia: Il canto gregoriano è per la musica sacra, quello che la luce è per gli alberi: la vita.

COME CANTARE IL GREGORIANO

Oltre ad una conoscenza di solfeggio, insieme a una voce “moderatamente” armoniosa, ci sono dieci regole di base per una perfetta interpretazione del Canto Gregoriano. Cioè:

1. Atteggiamento interiore. Il Canto Gregoriano è una preghiera cantata. Per questo una interpretazione credibile esige un atteggiamento spirituale di base che si adatti al testo e al suo contenuto (è necessario conoscere un poco di latino e godere di una grande pace spirituale).

2. Atteggiamento esteriore. Il linguaggio corporale di ciascuno riflette il suo atteggiamento interiore. L’autodisciplina, la calma e la tranquillità, l’atteggiamento del camminare, stare in piedi o sedersi, l’espressione del volto …, sono fattori essenziali. Il nervosismo, la negligenza, la mimica, il parlottare o una posa del corpo non naturale lasciano trasparire una mancanza di maturità e disinteresse e provocano incredulità rispetto al canto.

3. Omogeneità. La preghiera monastica cantata raggiunge il suo vertice al fondersi con la voce. L’omogeneità del suono è quindi una meta essenziale dell’interpretazione del Canto Gregoriano. Questa si ottiene solamente mediante un autocontrollo, un ascoltarsi costante di sé con gli altri e con un modo di cantare concentrato e soprattutto moderato. La perfetta intonazione è una necessità insostituibile. La colorazione vocale unitaria è essenziale per l’omogeneità. Non è consigliabile cancellare la vocalizzazione poiché perturba il carattere del canto e la riproduzione del testo.

4. Legatura. Cantare con legatura facilita molto il fraseggio, evita eccessi metrici ed è insostituibile per la riproduzione di uno stile vero dei suoi elementi di parafrasi minore a partire dai gruppi neumatici (la riproduzione indipendente delle note distrugge la melodia)

5. Dinamica e fraseggio. Il fraseggio, in accordo con il testo e la melodia, genera musica viva (il canto senza fraseggio è noioso, per il cantante e l’ascoltatore). E’ il risultato di entrate agili e diminuendo ma allargando, in modo da tener conto dell’acustica del luogo

6. Respirazione del coro. La respirazione deve avvenire nella forma più silenziosa possibile in sincronia con il vicino e possibilmente realizzare la continuità del fraseggio durante gli ampi archi melodici.

7. Valore della scrittura neumatica. Il ritmo si basa sul testo e sugli accenti sillabici Nella esecuzione chiamata melismatica si includono due più note su una sillaba, a una nota accentata ne seguono da una a due senza accento, in modo che si origina un alternarsi costante di gruppi ternari o binari.

8. Pause. Le pause sono elementi essenziali nell’interpretazione della musica e devono restare strutturate corrispondentemente in maniera flessibile con la struttura del brano.

9. Testo. La comprensione del testo in accordo con l’esigenza del latino devono rendere credibile la comprensione del contenuto. Tanto che si deve tener molto in conto gli accenti sillabici e non pronunciare le “t” aspirate né la “s” sonora.

10. Modi. Per la scelta della modalità è essenziale una sequenza dei modi ecclesiastici. Per conseguire una migliore comprensione del testo, soprattutto in uno spazio ampio, è vantaggioso che il coro possieda una voce di tenore per cantare con un’atmosfera di saluto.

M° Giovanni Vianini

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APPROFONDIMENTI:

http://www.cantoambrosiano.com  

http://www.cantogregoriano.it/vianini.htm  

GIOVANNI VIANINI.
Milanese ma di origini cremonesi, inizia la sua attività musicale a otto anni come cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Milano. Principalmente il suo impegno musicale è rivolto allo studio, divulgazione e pratica in liturgia del canto Ambrosiano e Gregoriano: al suo attivo vi sono 49 anni di servizio liturgico come cantore, organista e direttore di coro. E’ direttore del coro Schola Gregoriana Mediolanensis, da lui formata nel 1981. Nell' Ottobre del 2000 ha ricevuto dall' Arcivescovo di Milano S. E. Card. Carlo Maria Martini una medaglia come segno di riconoscimento per il lavoro svolto nel canto ambrosiano e gregoriano.   

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