BREVE
STORIA DELL'OPERA (sesta e ultima parte) - FINE OTTOCENTO
e NUOVE TENDENZE DEL NOVECENTO
di Laura Sacchiero
I
compositori italiani dell’ultima parte del secolo oscillarono tra il
wagnerismo e l’ultimo grand-opéra, ben ravvisabile nella produzione di AMILCARE
PONCHIELLI (1834-1886) (Gioconda) e di ARRIGO BOITO (1842-1918)
(Mefistofele, Nerone).
AmilcarePonchielli
(Paderno Fasolaro, Cremona 1834 - Milano 1886)
Avviato
alla musica dal padre, maestro di scuola ed organista, entrò nel
1843 al Conservatorio di Milano, che lo ebbe poi dal 1880 quale
docente di composizione. Si diplomò nel 1854 ed esordì con
l’opera I promessi sposi (1856) dopo essersi fatto
apprezzare diciassettenne con l’operetta Il sindaco babbeo
(1851), alla cui stesura collaborarono anche altri compagni di
studio. Proprio la sua prima opera andata nuovamente in scena al
Dal Verme nel 1872 gli valse una scrittura alla Scala. Seguirono i
melodrammi La Savoiarda (1861), Roderico Re dei Goti
(1863), I Lituani (1874), e La Gioconda (1876)
rappresentata pure alla Scala, con esito trionfale. Ottenuta la
cattedra di alta composizione al Conservatorio, e la nomina di
Maestro di cappella a Santa Maria Maggiore a Bergamo, scrisse per
il teatro altre due opere: Il figliuol prodigo (1880), e Marion
Delorme (1883). La produzione di Ponchielli si situa in un
periodo difficile del melodramma italiano, nel mutato clima morale
che segue la fine degli anni risorgimentali; accusato talvolta, a
causa del suo carattere mite e bonario, di non aver abbastanza
coraggio per lanciarsi nelle battaglie artistiche, con La
Gioconda, composta su libretto di Tobia Gorrio (pseudonimo di
Arrigo Boito) e considerata suo capolavoro , sembra smentire
questo giudizio. In questa opera di taglio drammatico, con tinte
forti da grand’opéra e spontanea enfasi melodica, Ponchielli
raggiunge frutti melodicamente pregevoli. Autore anche di
composizioni sacre, di balli e di una farsa (Il Parlatore
eterno, 1873), lasciò incompiuta l’opera I Mori di
Valenza e mai rappresentata Bernardo del Bormio. Tra i
suoi allievi ebbe Mascagni e Puccini.
Compositore,
poeta, librettista, critico musicale e drammatico. Insieme con
Emilio Praga fu, da giovane, una delle personalità più
interessanti del movimento milanese della
"Scapigliatura"; le sue poesie di questo periodo (poi
raccolte nel Libro di versi, 1877, con il poemetto Re Orso del
1865) insistono quasi sempre sul disperato e romantico conflitto
fra il bene e il male. Non a caso quindi, ad argomento della sua
prima opera lirica, scelse quello eterno di Faust. Il
Mefistofele, per il quale aveva scritto sia la musica che il
libretto, andò in scena alla Scala di Milano nel 1868. Essendo
Boito uno dei più accesi sostenitori in Italia della musica
wagneriana, la serata si tramutò in una manifestazione pro e
contro la musica a quel tempo chiamata "avveniristica",
e si risolse a tutto svantaggio dell’opera, che cadde
clamorosamente. Ridotta e ampiamente rielaborata, si risollevò
negli anni successivi e fu rappresentata poi in tutto il mondo.
Nel frattempo Boito si era dedicato principalmente all’attività
di librettista scrivendo per i maggiori compositori italiani del
suo tempo (per es. per Ponchielli con la Gioconda). Il suo maggior
titolo di gloria in questo campo è l’aver stimolato il vecchio
Verdi a tornare alle scene, che aveva abbandonato nel 1871 dopo
Aida, fornendogli due esemplari riduzioni di Shakespeare: Otello
(1887) e Falstaff (1893). Assillato da una continua ansia di
perfezione e sempre scontento del proprio lavoro, Boito morì
senza essere riuscito a portare a termine la composizione della
sua seconda opera, Nerone, alla quale aveva cominciato a
lavorare fin dalla prima giovinezza. Completata da Tommasini, essa
fu rappresentata solo nel 1924, ma non ottenne che un successo di
stima. Pur non raggiungendo la felicità inventiva delle migliori
pagine del Mefistofele, il Nerone rivela, forse più che la
giovanile opera di Boito, l’ansia di inserire nel melodramma le
conquiste d’un linguaggio musicale moderno e più sottilmente
meditato, che emergono spesso dalla ricca e raffinata partitura.
L’opéra-lyrique
invece esercitò un’influenza fondamentale sulla vocalità della
cosiddetta “giovane scuola”, formata da RUGGERO LEONCAVALLO (1857-1919)
(i Pagliacci), UMBERTO GIORDANO (1867-1948) (Andrea Chénier,
Fedora), FRANCESCO CILEA (1866-1950) (L’Arlesiana, Adriana
Lecouvreur), PIETRO MASCAGNI (1863-1945) (Cavalleria
rusticana, L’amico Fritz) e GIACOMO PUCCINI (1858-1924). Tale
influenza si esplica sia nel passaggio in queste opere dei ruoli
propriamente lirici provenienti da Bizet e Massenet, che si sviluppano in
maggiore robustezza drammatica, sia nel filone verista, che ha le
sue origini, come abbiamo visto, in Carmen e ha il suo caposcuola
in Mascagni. L’immediatezza drammaturgia, l’espansività
melodica, la propensione al gesto violento di Cavalleria
rusticana parvero aprire una moda, subito continuata dai suoi
contemporanei.Il vocalismo verista vero e proprio ricercava una
immediatezza d’accenti, di grida, colti dal linguaggio parlato
e utilizzava soprattutto il registro centrale, privando il cantante delle
note più squillanti e allontanandolo dall’emissione ortodossa. Il
compositore che in gran parte si sottrasse a questo processo fu Puccini,
che utilizzò elementi propriamente veristici solo sporadicamente (in Tosca
ad esempio), in alcune delle sue opere anzi (La Bohéme, Madama
Butterfly) vi è una sorta di continuità fra il suo soprano lirico e
il romantico soprano dal canto “angelico” e in Turandot spezza
decisamente l’uso verista della tessitura ristretta per ritrovare la
tradizione del tenore romantico. Egli realizzò nelle sue opere una sintesi
tra le esperienze del melodramma verdiano, le conquiste della scuola
francese e gli ideali del dramma musicale wagneriano. Il suo sforzo fu
tutto teso a fornire uno studio analitico, mirabile per precisione
e profondità, dell’animo piccolo-borghese italiano (il momento
più felice fu con Madama Butterfly). Le sue opere si imposero per
tutta la prima parte del nuovo secolo (anche se ci fu una iniziale
dicotomia tra il successo decretatogli dalle platee di tutto il mondo e la
sospettosa diffidenza della critica) proprio perché rispondevano al gusto
di una piccola borghesia desiderosa di evadere in un mondo sentimentale
privo dei grandi problemi.
Iniziati
alla età di otto anni gli studi di composizione con B. Cesi e L.
Rossi, si diplomò nel 1874 al Conservatorio di Napoli,
laureandosi poi in lettere all’ Università di Bologna.
Affermatosi inizialmente quale pianista, visse stentatamente a
Parigi e Milano dando lezioni di pianoforte e di canto. Si trasferì
poi con Giacomo Puccini in Svizzera e si dedicò alla composizione
(libretto e musica) della sua opera più fortunata, I Pagliacci,
rappresentata con straordinario successo a Milano, nel 1892,
diretta da Arturo Toscanini. Le successive opere I Medici
(1893) e Chatterton (1896) non ebbero fortuna. In una sorta
di rivalità con Puccini, alimentata peraltro dagli editori,
Leoncavallo compose anche una Bohème (1897), rappresentata
l’anno successivo l’omonima opera di Puccini. La maggior
fedeltà al romanzo di Henri Murger non servì a soppiantare la
maggior fortuna dell’opera pucciniana; né negli altri numerosi
melodrammi, Leoncavallo riuscì più a conseguire un successo pari
a quello della sua prima opera. Temperamento geniale, non sorretto
però da uno sviluppo interiore, Leoncavallo si smarrì inseguendo
le più disparate esperienze: il melodramma storico (I Medici),
eroico, cavalleresco (Roland von Berlin, 1904), patriottico
(Goffredo Mameli, 1916) classicheggiante (Edipo re,
postuma, 1920), l'operetta (Zazà, 1900; La reginetta
delle rose, 1912) e un balletto (La vita di una marionetta).
La critica sembrò accanirsi sulla figura e sull’arte di
Leoncavallo, accusata di mancanza di gusto, faciloneria, enfasi e
convenzionalità. In realtà, Leoncavallo, con l’opera Pagliacci,
fissa i principi estetici del melodramma verista, proseguendo il
modello offerto da Cavalleria Rusticana di Mascagni, a cui
si affilia per la forza drammatica della vicenda attinta dalla
realtà della vita. Inoltre, è stata di recente rivalutata la
schiettezza della vena melodica del musicista, sostenuta da un
gusto armonico rivelante un animo colto e sensibile. Infatti,
sovente, Leoncavallo scriveva personalmente i libretti delle opere
che poi musicava; scrisse, inoltre, versi per romanze di Francesco
Paolo Tosti, e alcune ne compose egli stesso, fra cui la celebre
"Mattinata" incisa nel 1904 da Enrico Caruso.
Figlio di un
farmacista, a 15 anni entrò al Conservatorio San Pietro a Maiella
di Napoli dove rimase fino al 1890 studiando composizione con
Serrao, pianoforte con Martucci, organo con Bossi e violino con
Ferni. Nel 1888 partecipò con la sua prima opera Marina al
concorso Sonzogno, dal quale uscì vincitrice Cavalleria Rusticana
di Mascagni. L'opera inviata non fu mai rappresentata ma indusse
l'editore ad affidare al giovane musicista l’incarico di
scrivere un’altra opera, Mala vita, su libretto di
Daspuro. L’opera, che ebbe un discreto successo a Roma (1892), a
Vienna e a Berlino, così come la successiva Regina Diaz
(1894). Finalmente con Andrea Chénier (1896) rappresentato
per la prima volta alla Scala con esito trionfale, Giordano ebbe
il meritato riconoscimento. Ancora oggi la critica è concorde nel
ritenere tale opera il capolavoro di Giordano: il calore della
melodia e l' orchestrazione prorompente si accordano efficacemente
con il libretto di Illica sottolineando i contrasti passionali ed
i tratti romantici contenuti. Nello stesso anno dell'Andrea Chénier
iniziò a musicare Fedora dopo aver ottenuto
l'autorizzazione da Sardou che gliela'aveva negata undici anni
prima. Con Fedora trionfò nel 1898 al Lirico di Milano con
interpreti queli la Bellincioni e Caruso. A questa opera seguirono
Siberia (1903), Marcella (1907), Mese mariano
(1910), Madame Sans-Gêne (1915), La cena delle beffe
(1924), Il re (1929). In Giordano, vissuto fra
l’Ottocento e il Novecento, si rilevano atteggiamenti di crudo
realismo, di irruente verismo, nonchè tendenze alla commedia
musicale borghese, melodiosa e post-romantica. Delle opere di
Giordano sono oggi ancora in repertorio Andrea Chénier e,
più raramente, Fedora e Siberia. Giordano compose
pure brani di musica per pianoforte, composizioni sinfoniche,
nonchè la musica di scena per Cesare di Giovacchino Forzano
(1939). Si occupò anche di semplificare la lettura e lo studio
delle partiture d'orchestra, adottando nel 1908 un sistema di
notazione a suoni reali per tutti gli strumenti nelle sole chiavi
di violino e basso. Con questo sistema l'autore curò la
pubblicazione di brani del repertorio proprio e di altri musicisti
tra cui le nove sinfonie di Beethoven.
Le
sole novità di risonanza che il Novecento porta nella storia del
canto operistico furono quelle fornite dalla Francia, in cui la
rappresentazione di Pelléas
et Mélisande di CLAUDE DEBUSSY (1862-1918) nel 1902 compì
un’importante rivoluzione nel linguaggio armonico e melodico
(egli rifiutò sia il canto spiegato che il ritmo deciso e la fluidità
dell’armonia) già alle soglie della rivoluzione operata nei paesi di
lingua tedesca e soprattutto dalla Germania, con l’espressionismo,
il cui stile vocale discende da Wagner tramite RICHARD STRAUSS (1864-1949).
Egli, mediante l’uso di larghi intervalli, attacchi di forza,
inflessioni prossime al grido, diede voce agli ideali tardoromantici di
una società che sentiva avvicinarsi la crisi dei propri valori (Salomè,
Elektra, Il cavaliere della rosa i suoi capolavori).
Figlio
di piccoli commercianti di porcellane, entrò nel Conservatorio di
Parigi nel 1873, in seguito alle insistenze di una vecchia allieva
di Chopin, che avendo intuito il talento musicale del fanciullo,
convinse i familiari a coltivarlo. La sua tendenza musicale
rivoluzionaria, contrastata dalla rigidità scolastica dei suoi
maestri non gli impedì di vincere, nel 1884,
il Prix de Rome con la cantata L’enfant prodigue.
Ma il frutto più
importante del suo soggiorno romano fu La damoiselle élue,
composta su testo di Dante Gabriele Rossetti, e che risente del
gusto dell’epoca. Nel 1887, ritornato a Parigi, frequentò per un
certo periodo il circolo raggruppato attorno a Mallarmé,
condividendone il gusto per Wagner, e assorbendo anche la
esasperata raffinatezza di quel clima poetico. Contemporaneamente,
in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, fece
conoscenza diretta con le musiche e le orchestre giavanesi. Queste
esperienze, insieme con quella della musica russa, avuta a Mosca
dove fu nel 1884, ebbero importanza rilevante nella sua formazione
artistica. In seguito, staccatosi dal wagnerismo dei simbolisti
parigini, Debussy si presentò nella sua autentica realtà di
innovatore radicale della musica del sec. XX. Orientato sulla
strada da seguire anche dalle musiche di Musorgskij, ricche dei
tesori musicali del gregoriano dell’epoca di Bisanzio, si pose
ad esplorare con sistematico spirito scientifico e con l’avidità
dell’adolescente, il regno del suono, inteso come puro fenomeno
acustico. Gli accordi debussyani si presentano, ora, quasi del
tutto privi di funzione tonale: la formazione della scala per toni
interi (esafonia) comporta infatti lo svilupparsi di accordi che
ormai solo esteriormente corrispondono ad alcuni accordi
dell’armonia tradizionale. Il Pelléas et Mélisande — unico
esemplare di partita operistica nell’intera produzione del
musicista — fu rappresentato all’Opéra Comique nel 1902 e
composto su testo di Maurice Maeterlinck il quale — come è noto
— respinse pubblicamente la musica scritta per il suo dramma. La
poliritmia e il frequente e libero alternarsi di metri binari e
ternari fanno cogliere in questa opera, fondamentale nello
svolgimento del teatro in musica, sconcertanti e prodigiose
suggestioni. Le dissonanze non si risolvono più nelle
tradizionali consonanze: in una sonorità colorata di timbri
leggeri, gli accordi paralleli attuano il passaggio dal linguaggio
tonale romantico al linguaggio politonale, prima, e atonale poi.
L’opera, stroncata all’inizio, riuscì solo più tardi a
conquistare il posto che le spetta nella storia della musica.
Appartengono allo stesso periodo di Pelléas, i precedenti Prélude
à l’après-midi d’un Iaune (1892), i Nocturnes (1897- 1899),
le Chansons de Bilitis (1898). Una nuova forma di arte lirica era
instaurata: un recitativo ininterrotto, sostenuto sobriamente
dall’orchestra, si plasma sulla prosodia francese mettendone in
risalto le qualità squisitamente musicali. Su questa nuova base
armonica, che non può essere costretta unicamente nel clima del
movimento impressionista, Debussy compose ancora i "tre
schizzi sinfonici" La mer (1905) e i Trois nocturnes per
orchestra (1899). In quel periodo, il compositore si separò dalla
moglie, Rosalie Texier, che, disperata per l’abbandonò, cercò
di togliersi la vita; Debussy, animato da animo tempestoso e
passionale, si unì ad una ricca divorziata, Emma Moyse, creando
uno scandalo che lo impoverì di molte amicizie. Collaborò anche
attivamente come critico su riviste per lo più letterarie,
raccogliendo poi i suoi scritti nel volume Monsieur Croche,
antidilettant. In seguito, l’isolamento a cui la sua vita
sentimentale l’aveva costretto e le sofferenze provocate da un
tumore maligno rallentarono il ritmo della sua produzione. La
grande tragedia della guerra mondiale drammatizzò e incupì le
opere di questo periodo: le Images (1909), le musiche di scena per
Le martyre de Saint-Sébastien (1911) di D’Annunzio, le musiche
per il balletto Jeux di Djagilev, i due volumi dei Préludes per
pianoforte, le Sonate, la suite En blanc et noir per due
pianoforti, le Six épigraphes antiques. Morì il 25 marzo 1918.
Giunto con le ultime composizioni ad un culmine tecnico ed
elastico, il nuovo stile debussyano si rivela come una solenne
professione di libertà spirituale, realizzata nella volontà di
riscattare la musica da quanto di estraneo alla sua propria
dimensione le aveva imposto la tradizione post-romantica.
RichardStrauss
(Monaco di Baviera 1864 - Garmisch 1949)
Figlio
di un eccellente cornista al servizio presso la cappella di corte,
a soli quattro anni fu avviato alla musica con lo studio del
pianoforte e poi del violino. Contemporaneamente agli studi
classici condotti presso il Ludwigsgymnasium intraprese gli studi
di teoria musicale, composizione e strumentazione sotto la guida
di F. W. Meyer, maestro della cappella di corte. Ancora studente
compose una sinfonia ed un quartetto, primi lavori di un' attività
compositiva che si sarebbe intensificata durante il suo soggiorno
con il padre a Bayreuth. Nel 1885, l’incontro con Hans von Bülow,
celebre direttore d’orchestra wagneriano, sottrasse il giovane
Strauss all’influenza della musica di Brahms, sospingendolo
nell’ambito di quella di Wagner. Fra il 1885 e il 1886, fu
sostituto e poi successore di Bülow nella direzione
dell’orchestra di Meiningen. Dal 1886 al 1894 ricoprì
importanti incarichi a Monaco e a Weimar. Nel 1891 contrasse una
lunga malattia che lo costrinse all'inattività ed a viaggi di
convalescenza in Grecia ed in Egitto. Ritornato a Weimar riprese
la sua attività con rinnovato fervore e compose i primi
importanti lavori sinfonici, rivelatori del nuovo genio musicale, Don
Juan (1889; Don Giovanni), Tod und Verklärung (1889;
Morte e trasfigurazione), Macbeth (1890) ed afforntò la
prima esperienza operistica con Guntram (1894). Trentenne,
assunse la carica di direttore dei concerti della Filarmonica di
Berlino e nell' ultimo scorcio del secolo XIX, consolidò la sua
fama con gli altri poemi sinfonici, Till Eulenspiegel
(1895; I tiri burloni di Till Eulenspiegel), Also sprach
Zarathustra (1896; Così parlò Zaratustra); Don Quixote
(1897; Don Chisciotte), Ein Heldenleben (1898; Vita
d’eroe). Il classicismo delle opere giovanili gli servì per
consolidare il senso della forma, ma fu abbandonato già prima dei
ventidue anni. In campo sinfonico elevò a sistema il vincolo
della musica ad un "programma" descrittivo o letterario,
già sperimentato da Berlioz e Liszt, introducendo l'uso delle
armonie cromatiche wagneriane. Dopo i successi londinesi — con
gli Strauss-Festivals, iniziati nel 1903 — e americani — la
prima esecuzione, nel 1904, della Symphonia Domestica
(Sinfonia domestica) — Strauss passò trionfalmente al teatro
lirico tentando un rinnovamento del suo linguaggio con l'ausilio
della voce umana. Nel 1905, consacrò il suo straordinario talento
operistico con Salome (Salomé), che fu quasi il
presentimento dell’imminente espressionismo musicale. Seguirono,
su testi di Hugo von Hofmannsthal, le opere Elektra
(1909; Elettra), Der Rosenkavalier (1911; Il cavaliere
della rosa), Ariadne auf Naxos (1912; Arianna a Nasso), Die
Frau ohne Schatten (1919, La donna senz'ombra), Die
aegyptische Helena (1928; Elena d’Egitto), Arabella
(1933). Direttore della Berliner Tonkünstler Orchester per tre
anni e fondatore a Berlino, dal 1908, della società dei
compositori tedeschi, docente presso la Scuola Superiore di
Berlino (1917 - 1920), direttore dell’Opera di Vienna (1919 -
1924), nel 1933 fu anche presidente della musica da camera del
Reich, carica che abbandonò però nel 1935. Negli anni intorno
alla seconda guerra mondiale si appartò, superando soltanto nel
1948 risentimenti e accuse inerenti alle cariche coperte durante
il regime nazista. Completò il ciclo operistico con Die
schweigsame Frau (1935; La donna silenziosa), Daphne
(1938; Dafne), Capriccio (1942), Die Liebe der Danae
(postumo 1952; L’amore di Danae). Fra le musiche sinfoniche a da
camera ebbero ancora un posto di rilievo le Metamorphosen
(1945; Metamorfosi) e i Vier lestzte Lieder (1949; Ultimi
quattro Lieder) di dolcissima e pacata melodicità. Strauss fu
spesso valutato entro i limiti di un esasperato wagnerismo o di un
compiaciuto edonismo intellettuale. La critica più accorta ha però
delineato la figura di un grande musicista capace di spingere la
tecnica compositiva ad un vertiginoso virtuosismo ma anche di
riflettere, talvolta con ironia, una distaccata visione del mondo.
Prezioso il suo libro autobiografico Betrachtungen und
Erinnerungen (1949; Pensieri e memorie).
Decisivi per la nascita del canto espressionistico furono ARNOLD SCHÖNBERG
(1874-1951) (Erwartung, Moses und Aron) e ALBAN BERG (1885-1935)
(Wozzeck, Lulu), che operarono una vera e propria rivoluzione in
teatro. Essi idearono un linguaggio che, nella sua essenzialità,
rispondesse soltanto ad un criterio di necessità interiore, rifiutando la
tradizione. Tale ricerca si realizzò nel superamento dei nessi tonali,
che approdò in seguito alla dodecafonia. Caratteristica di questo
teatro fu inoltre la presa di coscienza della separazione tra opera e
pubblico: cessando ormai di essere uno spettacolo per la massa o di
voler compiacere una qualunque classe sociale, Schönberg e Berg
celebrarono la frattura dell’artista con il mondo esterno e la crisi del
canto declamato come conseguenza della crisi del linguaggio.
ArnoldSchönberg
(Vienna 1874 - Los Angeles 1951)
Studiò
il violino ed il violoncello, giovandosi per quanto riguarda la
composizione dell’insegnamento di Alexander von Zemlinsky, noto
musicista e direttore d’orchestra viennese che divenne in
seguito suo cognato. Trasferitosi una prima volta nel 1901 a
Berlino, si dedicò all’attività di direttore d’orchestra in
un cabaret d’avanguardia per poi ritornare nel 1903 a Vienna.
Qui, grazie alla stima e poi all’amicizia di Gustav Mahler,
cominciò a farsi apprezzare quale autore di Lieder, del sestetto Verklärte
Nacht (Notte trasfigurata) composto nel 1899, del Quartetto
op. 7 (del 1903) e della Kammersymphonie (Sinfonia da
camera) op. 9, per 15 strumenti (del 1906). Dedicatosi anche
all’ insegnamento privato della musica Schönberg radunò
intorno a se una cerchia di compositori che dettero vita alla
cosiddetta “Scuola viennese”, dalla quale emersero Alban Berg
e Anton von Webern e che divenne una delle forze determinanti
nello svolgimento della musica contemporanea. Contemporaneamente,
nell’ambito della tradizione postwagneriana e straussiana, Schönberg
consolidò il primo periodo della sua produzione con l’ampio
oratorio dei Gurrelieder, iniziato nel 1901 ed eseguito a Vienna
nel 1913, nonchè con il Quartetto op. 10 (1907). Il superamento
del principio tonale e dell’incidenza del sistema armonico
tradizionale, avvenne con l’opera vocale sulle quindici poesie
di Stefan George “Das Buch der händigen Gärten” op.
15 (1908-1909) dando così inizio alla fase definita “atonale”
(termine peraltro nettamente rifiutato da Schönberg), in cui l’
utilizzo liberatorio della dissonanza non da luogo ad altri
vincoli compositivi che possano rimpiazzare quelli dell’ armonia
tradizionale, oramai distrutti. Nello stesso periodo, Schönberg
raduna ed espone i suoi nuovi orientamenti estetici nelle Harmonielehr
(1911; Trattato d’armonia che insieme con gli scritti
critici e autobiografici del volume Style and Idea — 1930; Stile
e idea — costituisce la summa didattica di Schönberg).
L’adesione profonda alla nuova cultura europea di oblio e di
radicale estirpazione del passato viene completata con le opere in
un atto Erwartung (Attesa) del 1910 (rappresentata nel
1924) e Die gluckliche Hand (La mano felice) rappresentata
nel 1925. Ma il documento più alto del nuovo atteggiamento
artistico e morale di Schönberg che aveva ormai soppiantato
definitivamente la struttura del sistema armonico tradizionale con
l’adozione della dodecafonia, è da considerarsi il Pierrot
lunaire (Pierrot lunare), op. 21, per voce recitante e
strumenti (1912). Il nuovo metodo compositivo viene ulteriormente
perfezionato attraverso opere sperimentali quali il Quintetto
per strumenti a fiato (del 1924) op. 26 e i Quartetti per
archi op. 30 (del 1926) e op. 37 (del 1936), considerati il
culmine della più rigorosa tecnica dodecafonica. Nel 1925 Schönberg
si spostò nuovamente a Berlino dove insegnò composizione all’
Accademia prussiana di Belle Arti. La coerente opposizione al
nazismo e la persecuzione antisemita portarono Schönberg in
esilio dapprima a Parigi poi negli Stati Uniti, dove nel 1940
ottenne la cittadinanza americana. Qui svolse un’intensa attività
didattica a Boston, a New York e nelle università della
California. Negli Stati Uniti stese opere di grande impegno
politico e morale, quasi moniti all’ umanità avviata verso la
seconda guerra mondiale. All’ultimo scorcio della sua attività
di compositore impegnato nei grandi fatti storici del suo tempo,
appartengono l’Ode to Napoleon (del 1943; Ode a
Napoleone) su testo di Byron, per voce recitante, pianoforte e
strumenti ad arco, A Survivor of Warsaw (del 1947; Un
superstite di Varsavia) per voce recitante, coro maschile e
orchestra, nonchè l’opera Moses und Aron (Mosè e
Aronne), iniziata nel 1932, e lasciata incompiuta (rappresentata
poi nel 1937). Nel contrasto fra Mosè, illuminato dalla sapienza
divina ma impossibilitato a trasmetterne direttamente il
messaggio, e il fratello Aronne, dotato di una straordinaria
fluidità di eloquio ma incapace di trovare in se stesso la forza
vivificante del pensiero, ben si raffigura il dramma, proprio di
Schönberg e di tutta la nuova esperienza musicale nel suo tempo,
di conciliare le esigenze di una superiore scienza tecnica con
quelle di una nuova immediatezza espressiva. La sua austera e pur
tormentata figura di ricercatore di un nuovo linguaggio musicale
fu adombrata da Thomas Mann nel Doktor Faustus, incentrato sulla
disperata ansia rinnovatrice che anima la vicenda umana ed
artistica di un immaginario compositore moderno. Gli ultimi anni
di vita di Schönberg furono amareggiati dall’ incomprensione
che continuava ad aleggiare, al di fuori di una ristretta cerchia
di allievi e seguaci, sulle sue opere.
Figlio
di un commerciante di Norimberga, seguì i normali corsi
scolastici iniziando da autodidatta lo studio della musica. Nel
1904 conobbe Arnold Schoenberg , di cui diventerà allievo e
amico. Con il maestro e con Anton von Webern fece parte della
cosiddetta "Scuola viennese", partecipando pertanto a
quell’atteggiamento della cultura che unì alle esperienze
generali dell’avanguardia quelle musicali e adottò quale mezzo
di rottura con la tradizione il sistema dodecafonico instaurato da
Schoenberg. L’apporto di Berg fu decisivo con l’opera Wozzeck,
suo capolavoro, che registrò una svolta storica nel campo del
teatro musicale. Poichè in questa partitura il linguaggio
dodecafonico non esclude del tutto la tradizione tonale, Berg,
secondo la critica, rientrerebbe nell'esasperato clima di un tardo
romanticismo. A prescindere da classificazioni, il Wozzeck,
rappresentato a Berlino non senza contrasti nel 1925, è, nella
sua allucinata trama di suoni, nelle taglienti asprezze vocali e
ritmiche, nei momenti d’ironia e di dolcezza, una delle opere più
ricche dell’avanguardia musicale, e riflette con irrepetibile
intensità il dramma dell’uomo sommerso dalle forze della natura
e dagli istinti.Lungamente misconosciuto fu rappresentato per la
prima volta in Italia, al Teatro dell’Opera di Roma, nel 1942.
Poco dopo Wozzek, Berg adotta la tecnica dodecafonica. Accanto al Concerto
per camera per pianoforte, violino e tredici fiati (1923-25),
l’opera più significativa di questi anni è la Suite lirica
per quartetto d’archi (1926), delirante sismogramma di una
sensibilità acuita fino all’esasperazione, sconvolgente ancor
oggi per le allucinate prospettive timbrico-dinamiche che schiude
con i mezzi degli strumenti ad arco. Nel 1929 Berg musica un testo
di Baudelaire, Le Vin, per soprano ed orchestra; e poco
prima di morire, scrive il solenne Concerto per violino.
Lasciò incompiuta al secondo atto l’opera Lulù ma, più
che ad altre composizioni in cui il sistema dodecafonico viene
applicato integralmente, la fama di Berg si affida, oltre che al
Wozzeck alla Lyrische Suite, per quartetto d’archi,
composta nel 1926.
Di
una fioritura internazionale di opere teatrali impostate completamente su
uno stile vocale come quello descritto non si potrebbe parlare, anche se
ne sono reperibili abbastanza spesso degli echi. Da quel momento in poi il
compositoresi pose davanti
all’opera come a un esperimento individuale, così hanno
cittadinanza nel secolo le più diverse esperienze, delle quali
ricorderemo almeno il teatro di PAUL HINDEMITH (1895-1963), KURT
WEILL (1900-1950), SERGEJ SERGEEVIČ PROKOF’EV (1891-1953),
BÉLA BARTÓK (1881-1945), di IGOR FËDOROVIČ STRAVINSKIJ (1882-1971),
di DMITRIJ ŠOSTAKOVIČ (1906-1975) e, in Italia, di GIAN
FRANCESCO MALIPIERO (1882-1973), GIORGIO FEDERICO GHEDINI (1892-1965),
GOFFREDO PETRASSI (1904-2003), LUIGI DALLAPICCOLA (1904-1975).
Ciascuno di questi autori si pose davanti al passato in modo diverso,
respingendo o accogliendo la tradizione e rinnovandone i contenuti e le
forme, anche se non mancarono affinità e reciproche influenze. Con la
prima metà del Novecento l’opera ha cessato la sua funzione di
espressione di una società o di un gruppo sociale, per questo gli
ultimi esperimenti non andranno tanto inseriti nella storia dell’opera,
quanto semplicemente in quella dei singoli compositori.
La
stagione dell’avanguardia e dello sperimentalismo della “nuova
musica” del secondo dopoguerra portò a forme ibride di “antiopera”
che al tempo stesso presupponevano e negavano il melodramma (LUCIANO
BERIO, 1925-2003; LUIGI NONO 1924-1990; SYLVANO BUSSOTTI,
1931-).
Dagli
anni ’80 si è assistito ad una generale rinascita d’interesse
per le possibilità offerte dal teatro musicale, anche se è innegabile
che contro una piena restaurazione della sensibilità per i valori vocali
nell’opera l’eclettismo del repertorio dei teatri è un ostacolo assai
rilevante (poiché ciò rende necessaria la formazione di interpreti
capaci di adattarsi ai più vari stili appartenenti ad opere di varie
nazioni e di epoche diverse). Non solo in Italia, ma anche in altri paesi
comunque l’opera è tornata ad essere normalmente presente negli
orizzonti compositivi delle più giovani generazioni, alle quali si
presenta come la forma più adatta a rispecchiare quella complessità
culturale, linguistica e multimediale del mondo contemporaneo.