BREVE STORIA DELL'OPERA (terza parte)

di Laura Sacchiero  

L' OTTOCENTO 

In Italia, il superamento dell’opera settecentesca fu lento, ma si può affermare che nella prima parte dell’Ottocento la cultura italiana abbia preso parte al romanticismo europeo e ne abbia colto certe istanze proprio attraverso il melodramma. Con GIOACCHINO ROSSINI (1792-1868) si compì una svolta decisiva portando a conclusione ed esaltando la tradizione settecentesca e ponendo la premessa dell’opera ottocentesca. Da un lato infatti egli concluse e insieme portò al momento più alto la tradizione dell’opera buffa (suoi capolavori furono L’italiana in Algeri, il Barbiere di Siviglia, la Gazza ladra e Cenerentola); dall’altro aprì nuove vie all’opera seria (Semiramide, Guglielmo Tell) attraverso un complesso e faticoso travaglio che culminò nelle opere francesi, realizzando, con la sua permanenza a Parigi, il più alto grado di fusione tra canto italiano e francese che la storia abbia mai conosciuto. Tutto Rossini è completamente nell’orbita del belcanto, ma già nelle sue opere italiane troviamo segni dei nuovi tempi: le forme sono più rapide e semplici, si scrivono le colorature sottraendole all’improvvisazione del cantante, le opere serie accolgono strutture dell’opera buffa (soprattutto l’abbondanza dei pezzi d’insieme), il ritmo incide sul vocalismo portandolo ad un’eccitazione sconosciuta nel Settecento. Nella sua ultima opera, il Guglielmo Tell, superò definitivamente gli eccessi declamatori francesi, ma anche il virtuosismo ad oltranza degli italiani, avviando a un tipo di tenore e di soprano già romantici. Fra le pieghe del canto rossiniano è possibile ravvisare un repertorio di accenti, colori e scoperte di cui gli altri operisti del secolo, italiani e francesi, faranno largo uso. 

Gioacchino Rossini 
(Pesaro 1792 - Passy, Parigi 1868)

Figlio di genitori musicisti, il piccolo Gioacchino ebbe le sue prime esperienze musicali nel teatro lirico. Il padre Giuseppe, era considerato ottimo suonatore di tromba e, soprattutto, di corno; subì qualche traversia per motivi politici tra cui dieci mesi di carcere per la sua adesione ai mori rivoluzionari. La madre Anna, svolse un' apprezzata attività di cantante in varie stagioni teatrali marchigiane organizzate dal marito Rossini intraprese a Bologna lo studio della musica con Giuseppe Princetti e continuò poi a Lugo di Romagna, dal 1802 al 1804, alla scuola del canonico Giuseppe Malerbi che probabilmente gli fece conoscere per primo lavori di Mozart e Haydn. Stabilitosi nuovamente a Bologna, cominciò a farsi notare intorno ai tredici anni, quale clavicembalista, violinista e cantore nelle chiese bolognesi. Iscrittosi al liceo musicale, che frequentò dal 1806 al 1810, si distinse nello studio del pianoforte, del violoncello e del contrappunto mentre cominciava ad affiorare anche il suo precoce talento di compositore. Risalgono, infatti, al periodo bolognese la cantata Il Pianto d’Armonia sulla morte di Orfeo composta nel 1808, due sinfonie e l’opera Demetrio e Polibio rappresentata nel 1812. Stabilitosi a Roma, dopo i successi del 1810 con La Cambiale di matrimonio a Venezia, e del 1811 a Bologna con L'equivoco stravagante Rossini produsse fino al 1815, a velocità incredibile, sedici opere tra buffe e serie. Grande successo ebbe anche, nel 1812, La Pietra di paragone e la crescente fama del ventenne compositore fu consolidata dalle rappresentazioni nel 1813, ancora a Venezia, della farsa giocosa Il signor Bruschino ossia Il Figlio per azzardo e delle opere Tancredi e L’italiana in Algeri. Sempre nel 1813, debuttò al Teatro alla Scala di Milano con l’opera Aureliano in Palmira, accolta con freddezza rinnovata all’autore dal pubblico milanese anche in occasione de Il turco in Italia (1814). Dilagarono però, subito dopo, nei maggiori teatri italiani ed europei, le successive opere rossiniane, ed in particolare Il Barbiere di Siviglia scritta nel 1816 in soli quindici giorni per il teatro Argentina di Roma; rappresentata con l’iniziale titolo Almaviva ossia L' inutile precauzione ebbe accoglienze trionfali nonostante una "prima" molto sfortunata. Legatosi nel frattempo al "principe degli impresari", Domenico Barbaja del San Carlo di Napoli, lavoro per lui praticamente fino al 1822, non trascurando però impegni per teatri di altre città come Milano e Roma. In quegli anni Rossini si congedò dall'opera buffa con Otello ossia Il Moro di Venezia (Napoli, 1816), e con Cenerentola ossia La Bontà in trionfo (Roma. 1817). Recatosi con Barbaja a Vienna conobbe Beethoven che gli mostrò stima e considerazione. Dopo un soggiorno a Londra, si stabilì a Parigi, dove assunse dal 1824 al 1836, la sovrintendenza del Théâtre des Italiens e dove fece rappresentare le ultime sue opere su libretti in francese: Le siège de Corinthe ( L'assedio di Corinto 1826), Moïse et Pharaon (rifacimento del Mosè in Egitto, 1827), Le Comte Ory ( Il conte Ory, 1828), Guillaume Tell (Guglielmo Tell, 1829). Con questa ultima opera Rossini scosse gli entusiasmi dei grandi compositori del tempo, fra cui Bellini, Verdi, Donizetti e Wagner. Subito dopo, in disaccordo con i parigini, ritornò a Bologna mantenendo fino al 1848 la direzione del Liceo Musicale e curando l' allestimento di alcune opere al Teatro comunale. A partire dal 1831 fu colpito da una grave forma di esaurimento nervoso; nei momenti concessigli dalle fasi alterne della malattia scrisse la cantata Giovanna d'Arco, parte dello Stabat Mater, ed un gran numero di composizioni che raccoglierà egli stesso in quattordici fascicoli con il titolo di Péchés de Vieillesse. Separatosi intanto dalla prima moglie, la famosa cantante spagnola Isabelle Colbran, che aveva sposato nel 1822, Rossini si trasferì nel 1848 a Firenze insieme con Olimpia Pélissier, sposata nel 1846 dopo la morte della Colbran. Ritornato a Parigi nel 1855, vi rimase fino alla morte, trascorrendo una vecchiaia operosamente punteggiata dalla composizione di delicate e maliziose pagine di musica da camera, soprattutto pianistiche e vocali, nonché di quella Petite Messe solennelle (Piccola messa solenne) eseguita nel 1869, che completa la personalità del musicista, assicurandogli un altissimo prestigio anche in un settore (quello della musica sacra) che poteva sembrare negato al temperamento rossiniano. Le già precarie condizioni di salute precipitarono nel 1868 ed il 13 novembre Rossini spirò nella sua villa di Passy. Nel 1887 la salma fu solennemente trasportata in Santa Croce, a Firenze. Colui che si definiva "l'ultimo dei classici" e che il pubblico applaudì quale monarca del genere buffo, rivelò fin dalle prime opere grazie e sfavillante vena melodica. Soltanto una superficiale valutazione dell' arte di Rossini potrebbe puntare esclusivamente sull’aspetto brillante e comico della sua musica: essa si soffermò, al contrario, su una straordinaria molteplicità di atteggiamenti, unitariamente riscattati dall’ansia di non sottrarsi mai alle esperienze e alle conquiste della nuova cultura musicale. Liberò il melodramma dall’arbitrio dei cantanti, esigendo uno scrupoloso rispetto della partitura, ed è suo merito l’aver avviato in Italia, dove ancora erano in polemica le varie scuole (il risentimento della scuola napoletana gli procurò l’insuccesso a Roma della prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia), il processo di unificazione nazionale nel campo musicale. Portò nell' opera italiana, quale elemento di acceso dinamismo, il crescendo e una smagliante sapienza orchestrale che, appresa dallo studio di Mozart e di Haydn, gli procurò anche l’iniziale appellativo di "tedeschino" per l'attenzione ai particolari armonici e per la cura impiegata nell'orchestrazione. Rossini passò attraverso l’Europa come un fuoco suscitatore di nuove energie, lasciando quali vertici, sia la scatenata vitalità del Barbiere di Siviglia, sia la pacata pensosità del Guglielmo Tell che incise in tutto il melodramma ottocentesco, sia l’inedita sobrietà della Pétite Messe solennelle, nell’originaria versione per voci soliste e coro, con accompagnamento d’organo e due pianoforti. Sono questi i momenti più luminosi della parabola rossiniana, intorno ai quali gravitò a lungo l’interesse della cultura europea. E, se rimane sorprendente come alcuni di questi risultati compositivi siano stati raggiunti in una ventina d'anni appena di attività, altrettanto singolare fu il silenzio che seguì a tanta fecondità, interpretato dall' Europa musicale come uno dei casi più incomprensibili della storia della cultura. In pochi si accorsero che il dramma della solitudine si impadroniva di lui in modo sempre più frequente. Egli comunque non smise di scrivere anche se rifiutò il contatto con il grosso pubblico per rivolgersi in prevalenza alla piccola folla di invitati alla sue domestiche soirées. Soprattutto l' ispirazione dei suoi lavori cameristici e degli ultimi lavori sacri viene via via riscoperta nel nostro tempo. Dal 1940 è attiva a Pesaro la Fondazione Rossini, che ha dato vita al Centro di studi rossiniani, allo scopo di onorare la memoria del maestro attraverso la pubblicazione di inediti.

Per approfondimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/Gioachino_Rossini  http://www.emmedici.com/hobbies/musica/rossini/gioacchino.htm

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Serie commemorativa del 150° anniversario della nascita di Rossini, emessa negli anni 1942-43.

Degli immediati continuatori di Rossini, quello che mantenne la tecnica vocale più aderente a quella del belcanto fu VINCENZO BELLINI (1801-1835), ma nelle sue opere (tra i suoi capolavori Il Pirata, La straniera, I Capuleti e i Montecchi, La sonnambula, Norma, I puritani) il virtuosismo, lungi dall’assumere una connotazione solo esteriore, acquista una valenza autenticamente romantica, intesa come trasfigurazione lirica. Ne risulta una vocalità originale, in virtù anche della struttura spesso irregolare della frase melodica, adatta alle necessità drammaturgiche più che al rispetto delle convenzioni. 

Vincenzo Bellini 
(Catania 1801 - Parigi, Puteaux 1835)

Nato da una famiglia di musicisti, cominciò a studiare musica da bambino e nel 1812, ottenuta tramite i duchi di San Martino una pensione dal Comune di Catania, si recò a Napoli per proseguire gli studi. Qui dette in conservatorio la sua prima opera, Adelson e Salvini, e nel 1827 esordì in pubblico al Teatro San Carlo con Bianca e Fernando. Il successo gli procurò una scrittura per il Teatro alla Scala di Milano, dove ottenne trionfali accoglienze con Il Pirata. Il pubblico milanese tenne a battesimo anche le due opere più celebri andate in scena nel 1831: La Sonnambula e Norma. Nel 1833, impegnatosi a scrivere un’opera per il Théâtre-Italien, si trasferì a Parigi e si dedicò alla composizione de I Puritani, che eseguiti nel 1835, ebbero uno strepitoso successo; pochi giorni dopo la prima, dalle mani di Rossini che gli era stato prodigo di consigli in quel periodo, Bellini ricevette le insegne della Legion d’Onore. Al culmine della fama, nello stesso anno, il compositore morì di un’infezione intestinale. Oltre alle citate, Bellini aveva scritto altre opere (nel 1829 La straniera e Zaira; nel 1830 I Capuleti e i Montecchi; nel 1833 Beatrice di Tenda), ma la sua fama si affida soprattutto, e a ragione secondo la critica, a La Sonnambula, Norma e I Puritani. La prima è un quadro di ispirazione idilliaca e contiene quella che Rossini giudicava la più mirabile melodia mai scritta: "Ah, non credea mirarti", la seconda, al contrario d’intonazione tragica, tenta, pur nei limiti di un'ambientazione neoclassica, la via del grande dramma nazionale; l’ultima infine, la più ricca e ricercata nel linguaggio musicale, affronta argomenti tipici della tematica romantica. In tutte domina la caratteristica essenziale della musica belliniana: il prevalere del canto. Mentre infatti le opere di Rossini sono tutte sorrette da una ritmica scattante, in quelle di Bellini, al contrario, l’invenzione melodica domina incontrastata. Ma, pur riallacciandosi alla secolare tradizione italiana del bel canto, egli ne operò una trasfigurazione romantica, eliminandone i lati virtuosistici e accentuandone gli aspetti espressivi. Un’opera siffatta doveva portare ad una fioritura di interpreti ad essa indissolubilmente legata: e infatti figure ormai leggendarie nella storia del canto sono divenute la Malibran, la Pasta, le due Grisi, Donzelli e il grande Rubini, il cantante belliniano per eccellenza.

Per approfondimenti:  http://www.cataniaperte.com/bellini/
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Banconota dedicata a Vincenzo Bellini e alla sua Norma

Affine a Bellini si mantenne GAETANO DONIZETTI (1797-1848) nel vocalismo delle sue opere giocose (Don Pasquale e L’elisir d’amore le più famose), sebbene la coloratura sia meno frequente e meno espressiva, ma in parte se ne discosta nelle opere drammatiche (Anna Bolena, La figlia del reggimento, La favorita, Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, Linda di Chamounix), in cui più scottanti sollecitazioni romantiche portano ad un clima più teso, a effusioni ed accenti spesso dominati da impulsi realistici. Con Bellini e Donizetti nasce il vero teatro musicale romantico italiano: il belcanto è asservito al pathos, il finale lieto cede il posto con maggior frequenza a quello tragico, si fa largo uso di melodie di gusto popolare, soggetti e personaggi sono ora presi dalla storia medievale e moderna e il confine con l’opera buffa appare superato. La voce romantica per eccellenza è il tenore, che incarna l’amoroso perseguitato dal destino o dall’umana ingiustizia trovando l’impeto e la forza nel settore più brillante degli acuti, spostando quindi il baricentro della gamma vocale in alto e alleggerendo quello centrale e basso. L’evento che ne afferma decisamente il trionfo è il famoso Do di petto introdotto da Duprez nella prima esecuzione italiana del Guglielmo Tell (Lucca, 1831) in luogo del Do di testa voluto da Rossini. In primo piano tra le voci femminili si afferma il soprano, unica voce capace di emulare il tenore nel registro più elevato e la sola veramente adatta a esprimere la fragilità dell’innamorata romantica (mentre con Rossini era il contralto a tenere il campo) che comincia a differenziarsi in soprano leggero (dal timbro brillante, volume sottile e tecnica impostata sull’agilità) e soprano drammatico (dal timbro scuro, volume ampio ed accento energico).

Gaetano Donizetti 
(Bergamo 1797 - Bergamo 1848)

Nato da famiglia di modeste condizioni, nel 1806 fu ammesso alla "Scuola caritatevole di musica", diretta da Simon Mayr, brillante operista del tempo: qui intraprese gli studi di canto, cembalo e composizione fino al 1815, dopodiché venne inviato a Bologna a perfezionarsi in composizione presso Giuseppe Pilotti e Stanislao Mattei. Si dedicò sin dai primi componimenti alla musica melodrammatica, esordendo nel 1818 a Venezia con l’opera Enrico di Borgogna che rivelò scarsa originalità e non ottenne l’atteso successo. Modesto fu l’entusiasmo del pubblico anche per l’opera semiseria Chiara e Serafina, che debuttò alla scala nel 1822. In quello stesso anno, tuttavia, la sua Zoraide di Granata, presentata a Roma, suscitò il favore del pubblico e le richieste degli impresari, avviando una infaticabile produzione di opere serie e buffe (ventisei lavori fra il 1822 e il 1830) dalle quali si distacca, per una rapida e fluente comicità, L’ajo nell’imbarazzo, rappresentata nel 1824 a Roma, con ampio successo di pubblico e di critica. Nel 1828 Donizetti sposò Virginia Vasselli, entrando in un produttivo periodo di maturità personale ed artistica. Dal 1830 al 1835 scrisse le opere più significative, che gli avrebbero dato fama immortale: Anna Bolena, 1830; Elisir d’amore, 1832; Lucrezia Borgia, 1833; Lucia di Lammermoor, 1835. Il mondo poetico di Donizetti prendeva forma originale nella sottile descrizione psicologica dei personaggi e nella doviziosa bellezza delle melodie, dove una drammaticità contenuta, filtrata in liriche effusioni, trasportava in qualche modo, stemperandole, le fosche e fumose evocazioni nordiche nel paesaggio ardente e sognante della passionalità latina. L’incontro di Donizetti con Walter Scott (Lucia di Lammermoor) e con i temi del tenebroso byronismo dell’epoca, rappresenta (con tutti i convenzionali ingredienti del repertorio letterario, dal romanzo nero, alle odi cimiteriali, alle contemplazioni della luna) il primo passaggio della cultura romantica europea nel melodramma italiano, che più tardi Verdi avrebbe percorso nella stessa direzione ma con più vasto animo drammatico. Ma il felice periodo della Lucia di Lammermoor durò poco: nel 1836 Donizetti vide morire i genitori e una sua bambina e l’anno dopo gli morì la moglie, ammalata da lungo tempo. Nel 1835 Donizetti venne chiamato al Collegio di musica di Napoli per insegnare contrappunto, ma, tormentato da uno spirito inquieto, viaggiò a lungo per l’Italia. Nel 1938 si recò a Parigi, dove, due ani più tardi, presentò due opere importanti di genere opposto - una seria, l’altra buffa: La Favorita e La figlia del reggimento, entrambe accolte con entusiasmo dal pubblico. Nel 1842 esordì a Vienna con Linda di Chamounix, che trovò così grandi accoglienze presso il pubblico e presso la casa regnante, da far nominare il suo autore maestro di cappella e compositore di corte. L’anno seguente però Donizetti tornò alla diletta Parigi, dove fece rappresentare il suo splendido Don Pasquale. Fu quello l’ultimo trionfo. Pochi anni dopo, tre opere (Caterina Cornaro, Don Sebastiano e il duca d’Alba) si scontrarono con la disapprovazione della borghesia, gettando il compositore nello sconforto. Nel 1845, mentre soggiornava a Parigi, Donizetti venne colpito da paralisi cerebrale e internato in manicomio, a Ivry (1846), dove rimase per due anni. Ricondotto a Bergamo, incontrò la morte nel 1848. La sua vasta produzione comprende oltre settanta opere teatrali, 28 cantate con accompagnamento ed orchestra o pianoforte, musica vocale religiosa, fra cui una Messa da requiem in re minore scritta in onore di Bellini, nel 1935, pezzi sinfonici, arie da camera, e moltissime liriche. Padrone d’una tecnica sicura, raffinata da un’innata pulitezza di scrittura, Donizetti scrive incessantemente, districandosi fra i numerosi impegni che assumeva, e che contribuivano a rafforzare la sicurezza della sua posizione e il proprio valore. La sua vita travagliata e intensa ebbe il segno del romanzesco nell’avventura quotidiana degli affetti e nella opposta tensione del tragico e del comico, nella sua anima di poeta.

Per approfondimenti:  http://www.gaetanodonizetti.net/home.asp
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