IL CANTO AMBROSIANO

Con questo termine, derivato dal nome di S. Ambrogio[1]  vescovo di Milano, si designa il canto liturgico proprio della Chiesa di Milano. La particolarità di questo repertorio è dovuta al fatto che la chiesa milanese sia l’unica ad aver conservato un repertorio distinto da quello romano gregoriano, repertorio che viene praticato ancora oggi in modo non sostanzialmente diverso da quello attestato dai più antichi manoscritti.

   Il fatto che da molti secoli la liturgia[2] romana abbia assunto un ruolo egemonico, dà l’impressione che la liturgia occidentale si identifichi con quella della Chiesa di Roma, in realtà nel primo millennio della storia del Cristianesimo la liturgia romana era solo uno dei vari riti sviluppatisi nei diversi centri ecclesiastico culturali del mondo occidentale.  Tra le più importanti forme autonome di riti liturgici sviluppatesi prima dell’opera sistematica di “romanizzazione” avvenuta tra l’VIII ed il IX secolo, sono da menzionare:

      a)   Il rito romano (vetero-romano) coltivato a Roma nel periodo antecedente       l’epoca di Gregorio Magno (VII secolo);

      b)   Il rito beneventano dell’Italia meridionale;

      c)   Il rito greco-bizantino sviluppatosi nel bacino mediterraneo orientale e        particolarmente a Bisanzio;

      d)   Il rito ambrosiano a Milano e in altre zone dell’Italia settentrionale;

e)   La liturgia africana. Tertulliano, Cipriano, Agostino, sono i testimoni della vita liturgica delle chiese africane che purtroppo hanno subito presto un decadenza e sono poi definitivamente scomparse. Non ci sono pervenuti libri liturgici africani, né è possibile ricostruire i canti di quelle popolazioni, anche se dagli scritti di S. Agostino possiamo dedurre l’esistenza di un’intensa vita musicale nelle celebrazioni liturgiche.

f)   La liturgia mozarabica o ispanica. Sviluppatasi tra il VI e l’ XI secolo, fu poi soppressa prima che le melodie potessero essere trascritte su rigo musicale, pertanto esistono codici in notazione mozarabica, con antichi canti propri di quei riti, ma sono indecifrabili.

g)  La liturgia gallicana. Si affermò verso il VI secolo nella Francia del Sud. Di questo canto c’è pervenuta solo qualche notizia e pochi frammenti.

   Tra queste, l’unica liturgia occidentale rimasta relativamente autonoma e che sia riuscita a resistere di fronte alla liturgia romana è quella ambrosiana. La fortuna liturgica di Milano è dovuta principalmente a S. Ambrogio, ed è proprio sulla fama di Ambrogio che Milano nei momenti critici sosterrà strenuamente la propria indipendenza liturgica. Dalle testimonianze di Paolino, il segretario di Sant’Ambrogio, e di Sant’Agostino, si può infatti ricavare che si deve ad Ambrogio, successore del vescovo ariano Assenzio, una fondamentale riforma della liturgia e del canto; è del tutto verosimile che Ambrogio abbia voluto purificare il culto, ma s’ignorano i dettagli della sua riforma, tranne per quel che riguarda l’inno[3] detto appunto ambrosiano.

   Una testimonianza fondamentale a proposito ci è fornita da S. Agostino:

«Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell’imperatore fanciullo Valentiniano, perseguiva il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava  nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo e servo Tuo. Ivi mia madre, la Tua ancella, al primo posto nelle veglie e nelle cure, viveva di preghiera. Io, benché ancora non toccato dall’amore del Tuo Spirito, ero tuttavia già commosso per l’apetto della città, stupefatta e conturbata. In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l’usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l’uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i Tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra».

(Confessioni, IX,7)

   Molteplici testi di inni sono stati attribuiti a S. Ambrogio, ma è plausibile, anche sulla scorta della testimonianza di S. Agostino, che soltanto quattro siano effettivamente autentici: Aeterne rerum conditor; Deus creator omnium; Iam surgit ora tertia; Veni redemptor gentium.

   Ben poco si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant’Ambrogio, non ci è noto se egli ricorse a melodie preesistenti o fu lui stesso autore anche della parte musicale. Possiamo supporre si trattasse di melodie semplici e sillabiche facilmente eseguibili dai fedeli. Per quanto riguarda il repertorio musicale pervenutoci, dal punto di vista formale si tratta di brani strofici: la musica scritta per la prima strofa va di volta in volta adattata alle strofe successive.

   Altra novità introdotta in Occidente da Sant’Ambrogio sarebbe la pratica del canto antifonale , cioè il canto dei versi di un salmo alternato tra un coro e l’altro,  pratica che si estese da Milano a Roma, dove fu ufficialmente adottata durante il papato di Celestino I (422-432). Oltre a queste testimonianze, null’altro possiamo aggiungere circa le consuetudini nella Chiesa milanese dell’età ambrosiana, sta di fatto che con l’andar del tempo, la musica della liturgia milanese fu conosciuta come canto ambrosiano, benché nessuna parte possa in modo sicuro essere attribuita al Santo stesso.

   Malgrado siano rimaste due entità separate, notevoli furono i vicendevoli influssi tra canto ambrosiano e canto gregoriano. Da notare che dei 245 testi di canti ambrosiani traditi  nelle fonti più antiche dei secoli X - XII, 131 figurano anche a Roma e di questi ben 117 hanno un’identica collocazione nelle due liturgie.

   Sino ad oggi sono stati catalogati 295 manoscritti, è da notare, però che, malgrado l’antichità della liturgia ambrosiana, la più antica collezione di canti ambrosiani che ci sia rimasta è nel codice Add. 34209 del British Museum, del XII secolo[4]. Dunque sino a quell’epoca il repertorio fu tramandato oralmente. La grafia musicale adottata a Milano fu del tipo italiano, ma vicina a quella di S. Gallo. Dal punto di vista strettamente musicale, le melodie ambrosiane sono più semplici di quelle gregoriane, inoltre si può notare nelle antifone ambrosiane, l’uso di svariati stili, dal sillabico a quello riccamente ornato.

   Il canto ambrosiano restò in uso per molto tempo in diverse regioni dell’Italia settentrionale. Nel monastero di Montecassino i monaci si servivano esclusivamente di esso fin che ricevettero l’ordine da papa Stefano IX (1057-1058) di sostituirvi il gregoriano. Ancora nel XIV secolo, alcune chiese lo adoperavano insieme al gregoriano.

 

[1] Treviri 333-340, Milano 397. Vescovo di Milano dal 374.

[2] Nella traduzione greca della Bibbia il termine leitourgia indica il «servizio divino» compiuto dai sacerdoti e dai leviti nel tempio ebraico, secondo precise modalità rituali. Nel linguaggio corrente si adopera il termine l. per indicare l’ordinamento generale del culto presso un gruppo culturalmente definito.

[3] Inno: canto in lode della divinità. Componimenti poetici destinati al canto. Con Ambrogio l’innodia conobbe una nuova definitiva configurazione: il breve verso di quattro giambi (sillaba breve, sillaba lunga).

[4] Mentre i primi codici in notazione neumatica di canto gregoriano risalgono all’VIII secolo.

Giuseppina Mascari