|
|
|
BREVE
STORIA DELL'OPERA (quarta parte)
di Laura Sacchiero
Almeno
fino alla metà del secolo l’opera italiana viene incontro alle esigenze
del popolo che affolla i teatri offrendo vicende romanzesche ricche di
colpi di scena, basate sul conflitto bene-male, sull’innocenza
perseguitata e riconosciuta, sulla morte liberatrice.
GIUSEPPE
VERDI (1813-1901) raccolse questo teatro popolare e gli diede nuovo
vigore, lasciando un segno estremamente incisivo. Dopo una prima fase
creativa in cui si è soliti scorgere la voce delle istanze
rivoluzionarie del risorgimento italiano (tra cui Nabucco, Mosè, I
lombardi alla prima crociata, Ernani, Macbeth), l’approfondimento
psicologico delle figure dei protagonisti assunse maggior rilievo e
originalità e il linguaggio musicale si rivelò compiutamente capace di
creare complesse situazioni drammatiche (Rigoletto, Il
trovatore, La traviata), fino ad arrivare a quelle sottigliezze
chiaroscurali e alla reinterpretazioni del grand-opéra (Un
ballo in maschera, Forza del destino) che crearono un dramma
incentrato sulla psicologia dei protagonisti, riducendo a sfondo le
spettacolari ambientazioni (come per Aida). Novità del linguaggio
dell’ultimo periodo (Otello, Falstaff) fu la messa in
discussione degli schemi dei pezzi chiusi e della distinzione tra aria e
recitativo. Verdi fu il compositore che ruppe ogni rapporto col
belcanto e dopo il quale ogni ricorso a questo sarà concepibile solo come
consapevole arcaismo. Egli subordina tutto alle esigenze del suo
drammatismo ricco di contrasti improvvisi, così i passaggi di
registro sono spesso repentini, la respirazione diviene irregolare e il
senso del valore della parola sollecita l’emotività del cantante a impulsi
incontrollati. Cardine delle voci verdiane è il baritono, il
cui carattere realistico lo consacra a voce virile per eccellenza e lo
contrappone al tenore (che si distingue dai precedenti per la
definitiva eliminazione del falsettismo), inteso come romantica
incarnazione dell’ideale. Il soprano verdiano tipico è invece il
cosiddetto soprano drammatico d’agilità, ossia un soprano
drammatico che conserva possibilità ornamentalistiche.
Giuseppe
Verdi
(Roncole, Parma 1813 - Milano 1901)
Figlio
di Carlo e della ventiseienne Luigia Uttini, gestori di
un’osteria, sin da giovinetto manifestò un’irresistibile
attrazione verso la musica, preferendo trascorrere le sue giornate
a suonare l’organo della chiesa, piuttosto che a giocare, come
gli altri bambini. A otto anni gli venne donata una vecchia
spinetta, che tuttavia l’anno successivo era danneggiata
dall’usura. Il cembalaro Stefano Cavalletti, chiamato a
ripararla, fu tanto stupito dall’abilità con cui il ragazzino
suonava da non pretendere d’essere ricompensato per il suo
servigio. Appresi primi rudimenti della musica dal parroco di
Roncole, Don Pietro Baistrocchi e dal Monsignor Paolo Costa, e
verso i dodici poté svolgere mansioni organistiche nella chiesa
di Roncole. Alla morte dei suoi insegnanti, venne inviato a
Busseto per approfondire la sua educazione musicale. In questo
piccolo centro conobbe Antonio Barezzi, notabile cittadino e
presidente dei Filarmonici di Busseto, e il direttore della banda,
Ferdinando Provesi, che divenne il primo vero maestro di Verdi.
Non ammesso nel Conservatorio di Milano per aver superato i
prescritti limiti di età, Verdi, fornito d’una borsa di studio
del Monte di Pietà di Busseto, perfezionò privatamente la sua
cultura musicale con il Maestro Vincenzo Lavigna. Nel 1836,
ritornato a Busseto per assumere un incarico musicale presso il
Comune, si fece apprezzare quale direttore di banda, compositore e
pianista. Nello stesso anno sposò Margherita Barezzi, ch’era
stata sua allieva di pianoforte durante la permanenza di Verdi a
Busseto. La loro unione fu breve, perché la giovane spirò nel
1840, dopo aver perduto i due figli nati dal matrimonio. La prima
opera di Verdi, Oberto conte di San Bonifacio, risale al
1837, ma l’impresario Bartolomeo Merelli riuscì a farla
rappresentare alla Scala solo nel 1839, dove fu accolta con favore
dal pubblico milanese. Sollecitato dallo stesso Merelli, compose
l’opera comica Un giorno di regno o Il finto Stanislao
sul libretto di Felice Romani rappresentato con scarso successo
nel 1840. Prostrato, incapace di dedicarsi alla musica, e
indifferente alle richieste degli impresari, ritornò a Busseto,
dove, dopo molte insistenze, acconsentì a musicare un’opera che
segnerà la sua fortuna: Nabucco, rappresentato a Milano
nel 1842. Il grande successo riscosso dall’opera consentì al
giovane compositore d’essere accolto nei circoli intellettuali
milanesi e nel salotto della contessa Clarina Maffei che
d’allora divenne sua intima e preziosa amica. Con I Lombardi
alla prima crociata (1843) la musica di Verdi entrò nel clima
e nella coscienza risorgimentali come componente di rilievo della
storia di quegli anni. L’accostamento della sua musica agli
ideali patriottici continuò con l’Ernani (1844), le cui
pagine corali assunsero valore di vere manifestazioni politiche
anti-austriache. In Italia il successo di Verdi fu prevalentemente
assicurato da queste allusioni politiche intraviste — e
desiderate — nelle sue opere. Dopo un periodo di ricerca,
compose I due foscari (1844), Giovanna d’Arco
(1845) e Alzira (1845), Attila (1846) e il Macbeth
(1847), che riportarono la musica verdiana nelle speranze dei
moti rivoluzionari. Compose inoltre I Masnadieri e Jerusalem,
che venne eseguito all’Operà di Parigi. Il riferimento alla
situazione politica italiana consolidò il prestigio del musicista
non soltanto nei più diversi strati popolari, ma anche nei più
qualificati ambienti culturali. Una punta massima di fervore
musicale e patriottico è nella Battaglia di Legnano
(1849), eseguita a Roma in pieno clima repubblicano. Sul finire di
quello stesso anno, Verdi ricostruiva la propria vita familiare,
trasferendosi a Busseto con il soprano Giuseppena Strepponi,
protagonista di Nabucco, con cui aveva intrecciato una relazione
amorosa sin dai tempi di Parigi.
|

|
 |

|
|
Roncole, Casa
natale di Verdi
|
1842
- GIUSEPPINA STREPPONI prima interprete della parte di
Abigaille nel «Nabucco» di Verdi, alla Scala. |
L'«AIDA» -
ATTO II, 1938 |
Ritornato a Busseto,
nella sua nuova villa di Santa Agata, Verdi attese alla
composizione della Luisa Miller (1849) e d’uno sfortunato
Stiffelio (1850). Seguì la famosa triade di capolavori: Rigoletto
(1851), Il trovatore (1853), La traviata (1853)
nelle quali si compie il passaggio dell’accesa coralità delle
primissime opere al dramma di singoli personaggi, delineato
musicalmente fin nel profondo delle loro passioni. La portata
europea del genio di Verdi fu suggellata a Parigi nel 1855 con I
vespri siciliani, cui seguirono il Simon Boccanegra
(1857) e Un ballo in maschera, nel 1859, anno in cui Verdi
sposò Giuseppina Strepponi. Le famose scritte di Viva Verdi con
il riferimento a "Vittorio Emanuele re d’Italia",
risalgono alle rappresentazioni napoletane del Ballo in maschera.
Nello stesso 1859, Verdi fu eletto deputato al Parlamento e nel
decennio 1860-1870 si agitò nella sua coscienza di grande
compositore il dramma d’una fondata crisi musicale e morale. I
tempi erano cambiati, l’unità del Paese comportava sacrifici
anche nel campo della musica, dove intanto veniva affermandosi
l’esperienza della grande musica romantica e quella del teatro
wagneriano. Sono anche gli anni della morte del padre (1867), del
Barezzi e dei rifacimenti di opere più antiche e nuovissime.
Ricompose il Macbeth nel 1865, e nel 1869 provvide a una
nuova edizione della Forza del destino che era stata data a
Pietroburgo nel 1862. La solitudine verdiana, dolentemente
espressa nel Don Carlos (1867), venne superata dall’Aida
(1871) e dal Simon Boccanegra (rappresentato in rifacimento
nel 1881), opere in cui palpita, pur con rimpianti d’un tempo
perduto, il sentimento della nuova stagione verdiana. Vengono poi
l’Otello (1887) e il Falstaff (1893), preparati
oltre che dalla accumulata esperienza melodrammatica, anche dallo
slancio della Messa di requiem (1874) dedicata alla memoria
di Manzoni, nella quale appunto è da ritrovare la rinascita del
genio verdiano. È dal Requiem che la terrena vecchiezza del
musicista raggiunse l’eterna giovinezza dell’arte. La lunga
parabola verdiana viene solitamente suddivisa almeno nei due
momenti dell’età giovanile e rude, e dell’età matura. In
realtà nel lungo arco della vicenda artistica verdiana la musica
si rinnova senza mai rinnegare i primi atteggiamenti stilistici,
ma sempre svolgendo unitariamente il filo che lega insieme i
grandi sentimenti e le grandi passioni dell’uomo delineate da
Verdi in inedite figurazioni musicali. Gli antichi schemi
melodrammatici ai quali egli tuttavia si mantiene vicino, vengono
illuminati, forse per l’ultima volta in un secolo così
musicalmente ricco quale l’Ottocento, come strumenti anche di
una altissima coscienza civile e morale. La forza della musica è
anche la capacità di proiettarsi come riflesso dei grandi fatti
della vita umana, combattuta tra l’amore e il dolore, ma
trionfante alla fine in una sua terrestre dolcezza (Falstaff).È
per questa consapevole forza sradicatrice di debolezze e di
compromessi che il melodramma verdiano non ha perduto nel
succedersi delle generazioni una sua particolare, vivificante
emozione. Completano l’attività di Verdi alcuni pezzi sacri, un
Quartetto (1873) per strumenti ad arco.
Fondò a Milano una casa di riposo per musicisti (e lì fu
trasferita la sua tomba) alimentata tuttora dai proventi delle sue
opere.
Per approfondimenti:
http://www.giuseppeverdi.it/
; http://www.parmaitaly.com/verdi.html
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Dopo
l’età napoleonica in Francia nacque il grand-opéra, tipo di
opera grandiosa nelle proporzioni quanto generica nell’adozione di temi
politici e religiosi. Essa si distingueva dall’opéra-comique per
assenza di parlati e proveniva dai vasti progetti “seri” di Lulli,
Rameau, Gluck e Spontini. Fu tipica della nuova borghesia ed ebbe come
primi protagonisti e codificatori DANIEL-FRANCOIS AUBER (1782-1871 LEGGI
LA BIOGRAFIA) e GIACOMO MEYERBEER (1791-1864 LEGGI
LA BIOGRAFIA).
Dei musicisti più importanti emersi sul finire della prima metà del
secolo è da menzionare in un suo ambito ben distinto HECTOR BERLIOZ (1803-1869
LEGGI
LA BIOGRAFIA), che fece un lavoro preparatorio sull’opera
francese del futuro e azzardò forme premonitrici di una tecnica teatrale
novecentesca.
Giacomo
Meyerbeer
(Pseudonimo di Jakob Liebmann Beer, Tassdorf, Berlino 1791
- Parigi 1864)
Compositore
tedesco, giovanissimo, mutò il cognome originario di Liebmann
Beer in quello sotto cui oggi è universalmente conosciuto a
ricordo di un ricco parente di cui fu erede. Il nome Jakob fu poi
definitivamente italianizzato in Giacomo dal musicista durante il
suo soggiorno in Italia. Dopo aver debuttato quale pianista a
Berlino, all’età di nove anni, si dedicò verso il 1805 agli
studi di composizione e predilesse ben presto l’attività
teatrale, rivelando un precocissimo talento con il suo primo
lavoro Der Fischer und das Milchmäden (Il pescatore e la
lattaia). Continuò la propria istruzione a Darmstadt con l'abate
Vogler. Nel 1811 venne nominato compositore della corte granducale
a Berlino, dove rimase sino al 1814. Ebbe un certo successo a
Monaco, nel 1812, l’opera Jephtas Gelübde (Il voto di
Jefte), ma non incontrò il favore del pubblico la successiva Die
beiden Kaliffen (I due califfi) eseguita a Vienna nel 1814. La
necessità di approfondire studi ed esperienze portò Meyerbeer, a
Parigi e a Londra, poi in Italia dove soggiornò negli anni dal
1816 al 1824, subendo il fascino della musica rossiniana a tal
punto da dedicarsi egli stesso alla composizione di opere nello
stile italiano, quali Semiramide riconosciuta (1819), L’Esule
di Granata (1822) e Il Crociato in Egitto (1824), che
lo riportò sull’onda del successo a livello europeo.
Stabilitosi a Parigi, Meyerbeer suggellò la sua crescente fama di
compositore con l’opera Robert le diable (Roberto il
diavolo; 1831), che dilagò ben presto nei teatri di tutto il
mondo, procurandogli numerose commissioni di lavori teatrali ed
onoreficenze fra cui la Legion d'onore (1832); un altro successo
si ebbe con Les Huguenots (Gli ugonotti; 1836) che superò
all’Opéra di Parigi il limite delle mille recite, mai raggiunto
da altri spettacoli.Recatosi verso il 1842 a Berlino come
Generalmusikdirektor chiamato dal re di Prussia, dove rimase fino
al 1846, Meyerbeer attese soprattutto alla preparazione minuziosa
della sua nuova opera Le Prophète (Il profeta),
rappresentata però con straordinario successo soltanto nel 1849.
L'apice del successo, però, venne raggiunto con L' étoile du
nord (La stella del Nord; 1854), rielaborazione del suo
precedente Singspiel Feldlager in Schleisen (Accampamento
militare in Slesia). Ultima fatica fu L’Africaine
(L’Africana), rappresentata postuma nel 1865. Le esequie di
Meyerbeer si svolsero, con particolare imponenza, prima a Parigi,
poi a Berlino, dove la salma fu trasferita per essere tumulata
nella tomba di famiglia al cimitero ebraico. Protagonista di primo
piano in un lungo periodo della cultura musicale europea,
Meyerbeer portò nel succedersi dei suoi tre stili (tedesco,
italiano e francese) il segno d’una personale genialità
inventiva, riconosciutagli peraltro, oltre i limiti del grand-opéra
nei quali solitamente viene inclusa la sua vicenda artistica,
soltanto in tempi recenti.Questo gusto fu duramente criticato, fra
gli altri, da Schumann e Wagner che gli imputarono una ricerca
dell' effetto fine a se stesso a scapito degli autentici valori
musicali e drammatici. Tuttavia tale concezione del grand-opéra,
con una ben delineata incisività melodica, il fasto scenico, la
ricchezza della strumentazione, l’ampiezza corale della musica
fu termine di paragone e modello per quasi tutti gli operisti
dell' 800 sino a Verdi.E’ autore di composizioni religiose
(Salmi e Cantate), vocali (una raccolta, tra l’altro, di
quaranta Melodie per canto e pianoforte) e sinfoniche (Ouvertures
e marce varie).
Per approfondimenti:
http://www.meyerbeer.com/
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Hector
Berlioz
(La Côte Saint-André 1803 - Parigi 1869)
Musicista
francese. La sua singolare personalità è stata solo in tempi
recenti rivalutata nella portata della multiforme attività di
studioso, di polemista, di compositore, di direttore
d’orchestra, di infaticabile animatore del movimento romantico.
Benchè avviato agli studi di medicina, seguì ben presto la
nativa inclinazione alla musica; facendo parte di un coro potè
mantenersi agli studi presso il Conservatorio di Parigi, dove si
presentò tardi, quando già era autore di numerosa musica.Nella
vita e nelle composizioni portò l’entusiasmo del suo
temperamento, e fu perciò al tempo stesso protagonista e vittima
dei fervori romantici: grande amatore, ebbe in sorte una
sfortunata vicenda coniugale; geniale innovatore (rivoluzionò la
concezione dell’orchestra moderna), subì più spesso
l’incomprensione che la stima dei contemporanei. Per quanto
Berlioz sia rimasto fondamentalmente legato a Beethoven — delle
cui sinfonie fu il primo intelligente critico — la sua giovanile
Symphonie fantastique, composta nel 1829, segna una data nella
storia del sinfonismo post-beethoveniano. In occasione del Grand
Prix de Rome conseguito nel 1830, soggiornò a lungo in Italia, ma
esercitò soprattutto la sua animatrice presenza a Parigi e in
Russia, pagando sempre di persona la sua mancanza di opportunismo,
riscontrabile anche nelle recensioni musicali apparse in molti
giornali dell’epoca e soprattutto nella rubrica del Journal des
Débats che Berlioz tenne per quasi trent’anni, dal 1835 al
1863. I suoi scritti — brillanti, arguti o polemici — sono
tuttora una fonte di notizie per una storia del costume musicale
dell’epoca. Più volte tentò il teatro musicale (Benvenuto
Cellini e I Troiani), ma meglio gli riuscirono le opere
da concerto, e cioè le imponenti sinfonie drammatiche con cori (Roméo
et Juliette, 1839; La damnation de Faust, 1846), e gli
oratori, tra i quali, più famosi, un Te Deum e L’en/ance
du Christ che contiene alcune fra le più belle pagine
dell’Ottocento. L’acceso virtuosismo strumentale di Berlioz è
condensato nel Grand traité d’instrumentation et d’orchestration
modernes (1844; Grande trattato di strumentazione e di
orchestrazione moderne), il suo intuito critico, spesso
illuminante, traspare, oltre che dai suoi articoli, anche dai Mémoires
(Memoriali) e dai Grotesques de la musique (Grotteschi
musicali). Gli ultimi anni della inquieta vita di Berlioz,
tormentati dalla crescente incomprensione dei contemporanei e
dalla morte di parenti e di amici, furono rallegrati, prima che un
sonno letargico durato tre mesi lo conducesse alla morte, da un
ultimo trionfale viaggio in Russia e dalla composizione
dell’opera in due atti Béatrice et Bénédict, uno
scherzo di felicissima e sorprendente invenzione, tolto dalla
commedia di Shakespeare Much Ado About Nothing (Molto
rumore per nulla).
Per approfondimenti:
http://www.hberlioz.com/
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Fenomeno
della seconda metà dell’Ottocento, in polemica con il grand-opéra (se
ne distingueva per le dimensioni più ridotte, un tono generale meno
caricato e, almeno nelle prime versioni, dialoghi parlati come nell’opéra-comique)
fu invece l’opéra-lyrique, teatro dalla vena sentimentale
accentuata, che segnò innanzitutto la definitiva scoperta di uno
stile di canto completamente francese, che si mantenne equidistante sia
dalla tradizione declamatoria lungamente fiorita in Francia con la tragédie-lyrique,
sia dall’ampio slancio canoro di tipo italiano. Le opere di CHARLES
GOUNOD (1818-1893) prima (delle sue opere il più famoso e fortunato
fu il Faust ) e JULES-EMILE-FREDERIC MASSENET (1842-1912)
poi (Manon e Werther i suoi capolavori), rappresentarono un
evento nuovo, per l’eleganza formale e la raffinatezza di scrittura con
cui vengono proposte le effusioni melodiche. Massenet in particolare trovò
la propria vena più autentica nella sottile ed elegante esplorazione
dell’animo femminile e nella dolcezza e struggente malinconia.
Charles
Gounod
(Parigi 1818 - Parigi 1893)
Intraprese gli studi musicali con il maestro A. Reicha,
quindi, conclusi gli studi classici, frequentò il Conservatorio
di Parigi, dove approfondì le conoscenze musicali sotto la guida
dei maestri Halèvy, Lesueur e Paer. Nel 1839 ottenne il "Prix
de Rome" con la cantata Fernande, e fra il 1940 e il 1843
soggiornò a Roma, dove conobbe le opere del Palestrina e dei
polifonisti italiani. La loro influenza suscitarono nel
compositore mistiche suggestioni, sensibili in una Messa eseguita
a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi, e in un Requiem,
che eseguì a Vienna l’anno seguente. Conobbe personalmente
Mendelssohn, Schumann e Berlioz: la loro musica e la loro
personalità lo affascinarono, raffinando la sua robusta e
prospera vena artistica. Studiò con fervore le loro opere e
approfondì su consiglio di Mendelssohn anche lo studio delle
musiche di Bach, Mozart - nel 1890 lasciò uno studio sul Don
Giovanni di Mozart - e Beethoven. Attratto particolarmente dal
dramma musicale, vi si dedicò con appassionata tenacia. Sapho è
il suo primo melodramma rappresentato nel 1831. Seguirono La Nonne
sanglante (1834), la commedia musicale Le Médecin malgré lui
(1838) e nel 1839 il Faust, considerato il suo capolavoro. I
drammi composti dopo — e fra questi Mireille (1864) e Roméo et
Juliette (1867) — pur rivelando dignità di ispirazione e di
stile, furono ben lontani dal raggiungere la genialità del Faust,
che, in una misurata effusione di accenti appassionati, esprime
una sincera vena poetica, animata da casti sentimenti dell’amore
e da una religiosità che ha un tratto affettuoso e toccante. Il
linguaggio musicale riecheggia questa misura, questa castità di
espressione, offrendosi in un puro e sobrio disegno, in una
vocalità e in una melodicità vaghe e preziose. Non si discosta
sensibilmente da questi tratti la musica sacra di Gounod che ha
come opere maggiori gli oratori Redemption, trilogia sulla
passione di Cristo, e Mors et vita, nel quale introdusse salmodie
gregoriane, destinate ad accrescere quella lineare delicatezza
melodica, che aveva pur caratterizzato una parte non trascurabile
della sua musica: le romanze, delle quali giusta fortuna
conseguirono Le soir, Le vallon e Sérénade. Lasciò numerose
pagine di musica sinfonica e da camera, fra cui le Mèditations
sur le premier prelùde de Bach per violino, pianoforte ed organo,
nel 1852, ossia la celeberrima "Ave Maria", e scritti
autobiografici e saggistici tra i quali l’Autobiographie e
Mémoires
d’un artiste e Don Juan de Mozart.
Per approfondimenti:
http://www.charles-gounod.com
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Jules
Massenet
(Montaud, Loira 1842 - Parigi 1912)
Dopo aver appreso i primi elementi musicali dalla madre,
studiò al Conservatorio di Parigi dove fu allievo di Ambroise
Thomas in composizione e François Bazin in armonia. Nel 1863,
dopo aver vinto il Prix de Rome con la cantata David Rizzio, si
trasferì a Roma, dove abbozzò la prima Suite, l’Ouverture de
Concert e il Requiem. D’allora fino al 1873 la sua carriera fu
assai modesta, viaggiò in Germania e Ungheria e compose due
Suites e le Scènes hongroises. Nel 1867, inoltre, esordì con l’operina
La grand’tante, riscuotendo un discreto successo. Ma si pose
all’attenzione di musicisti, ed in particolare di Bizet, con il
dramma sacro Marie Magdaleine, composto nel 1873, e con l’opera
Le Roi de Lahore (1877), tratta da una leggenda indiana. Nel 1878,
a suggello della sua popolarità, venne chiamato a sostituire
Bazin alla cattedra di composizione al Conservatorio di Parigi,
dove ebbe come allievo George Enescu. Artista ormai di risonanza
internazionale, venne proposto nel 1896 per la direzione del
conservatorio, che egli tuttavia rifiutò, abbandonando persino
l’insegnamento, per dedicarsi esclusivamente alla composizione.
Fecondo compositore, produsse musica orchestrale e da
camera, nonché balletti, oratori e musiche di scena. Se
l’affermazione dell’opera Le Roi de Lahore era stata
lusinghiera, il successo duraturo venne consolidato dalla Manon,
rappresentata a Parigi nel 1884, e venne poi rinnovato con Werther
(1892), e Thaïs (1894). Dei suoi ventisette melodrammi, i più
noti sono: Le Roi de Lahore (1877), Hérodiade (1881, Erodiade),
Manon (1884), Le Cid (1885, Il Cid), Werther (1892),
Thais (1894),
Cendrillon (1899, Cenerentola), Le Jongleur de Notre-Dame (1902),
Don Quichotte (1910, Don Chisciotte), e Cléopatre (1913,
postuma). Manon e Werther, tratti rispettivamente dall’omonimo
romanzo dell’abate Prèvost e dai Dolori del giovane Werther di
Goethe, sono le opere più rappresentative del teatro di Massenet.
In esse la sapienza della forma musicale e l’intensità dei
sentimenti romanticamente espressi, acquistano una vibrazione
assai penetrante. I drammi sono entrambi imperniati sulla figura
dei protagonisti i quali, pur non possedendo vera forza
drammatica, esprimono una loro struggente e suggestiva malinconia,
attraverso l’intensità della melodia ricca e sobria ad un tempo
e la finissima trama orchestrale non estranea alle prime
esperienze di Debussy e di Puccini.
Per approfondimenti:
http://www.morrisonfoundation.org/Massenet_Main_Page.html
http://opera.stanford.edu/Massenet/
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Espressione
di un tipo di teatro realistico fu GEORGES BIZET (1838-1875), che con Carmen segnò una svolta
nella storia dell’opéra-comique. La crudezza drammatica della
vicenda, la rappresentazione della morte in scena, l’aver
conferito una tragica grandezza ad una semplice gitana furono i motivi
dell’insuccesso dell’opera all’epoca (essa fu giudicata scandalosa
e immorale), ma anche della sua importanza oggi. Quanto vi era di
accademico ed elegante nella tradizione di Gounod, venne spazzato via
dalla scrittura nitida, precisa e tagliente di Bizet, che non esitò ad assimilare
componenti operettistiche proprio
in funzione di una lucida caratterizzazione realistica. Ricordiamo
che quello dell’operetta era un genere che proprio in quegli anni
conosceva la sua maggior fortuna grazie a JACQUES OFFENBACH
(1819-1880), che ne scrisse un centinaio (oltre alla sua
unica opera, I racconti di Hoffmann), ricche di un’inesauribile
carica di humor musicale, ma anche di una lucidità disincantata.
Georges
Bizet
(Parigi 1838 - Bougival 1875)
Iniziò
a studiare solfeggiò all’età di quattro anni, edotto dal padre
Adolfo, insegnante di canto. All’età di nove anni attrasse
l’attenzione di A.F. Marmontel, con cui proseguì gli studi
musicali, e a dieci fu ammesso al conservatorio di Parigi, dove
studiò composizione con il maestro Zimmermann e con Gounod, che
sovente sostituiva il maestro titolare, quando s’assentava per
lavoro. Nel 1953, alla morte di Zimmermann, Bizet proseguì gli
studi con il maestro Halévy e s’invaghì di sua figlia, con
cui, successivamente, s’unì in matrimonio. Nel 1857 vinse,
insieme con Charles Lecocq, un concorso bandito da Qffenbach per
musicare l’operetta Le Docteur miracle, da rappresentare
ai Bouffes-Parisiens; lo stesso anno ebbe il Prix de Rome, che gli
consentì di stabilirsi in Italia fino al 1860, dove scrisse
l’opera buffa Don Procopio. Tornato a Parigi, vi fece
rappresentare la sua prima opera importante, Les Pécheurs de
perles (1863), ennesima variazione sul tema della vergine
sacra a cui l’amore è vietato, pena la morte. L’opera ebbe
buone accoglienze dal pubblico, ma scarsa considerazione dalla
critica; il solo a difenderla fu Berlioz. Seguirono numerose altre
composizioni, la maggior parte delle quali rimase incompiuta, a
causa delle prime avvisaglie di un grave male alla gola e da
profonde crisi depressive, che rallentarono la sua crescita
artistica e il ritmo della sua produzione. Durante la guerra
franco-prussiana del 1870, Bizet entrò nella Guardia Nazionale e
poi fu per qualche tempo a Bordeaux, ove per la prima volta ebbe
occasione di studiare il folclore spagnolo, che avrebbe poi
utilizzato in Carmen. Nel '71 fu assunto dall’Qpéra di Parigi
come maestro sostituto. Dopo aver ancora tentato il teatro con
mediocre successo (l’opera Djamileh, le musiche di scena
per l’Arlesiana di Daudet), nel 1873 iniziò la
composizione di quella Carmen che doveva dargli la gloria.
Eseguita per la prima volta all’Qpéra-Comique di Parigi nel
1875, l’anno stesso della morte dell’autore, quest’opera, il
cui libretto fu ricavato dall’omonima novella di Mérimée,
incontrò agli inizi l’ostilità della critica. Sostenuta dal
pubblico, si affermò poi trionfalmente, ed entrò nel repertorio
dei teatri di tutto il mondo, specie dopo che gli originali
dialoghi parlati furono sostituiti dai recitativi messi in musica
da Ernest Guiraud. Compositore essenzialmente teatrale nonostante
le sue escursioni nel campo della musica corale, sinfonica e da
camera, Bizet creò con Carmen non solo il suo capolavoro,
ma un’opera di importanza fondamentale per lo sviluppo del
teatro musicale in genere e francese in particolare. Infatti, le
situazioni violente, l’ambientazione popolaresca, il ricorso al
folclore, il canto a volte dolce e melodioso a volte irruente e
sensuale, la raffinatezza dell’orchestrazione, da un lato
pongono Carmen all’origine dell’opera verista italiana,
dall’altro influenzano e determinano la strada di tutti i
successivi compositori francesi ed europei. Nietzche, grande
ammiratore dell’opera, declamò la solarità della musica di
Wagner, contrapponendola alla cupezza di Wagner che "aveva
riempito l’Europa di fantsami".
Per approfondimenti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Bizet
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
Jacques
(Jakob) Offenbach
(Colonia 1819 o 1821 - Parigi 1880)
Compositore
e violoncellista tedesco, naturalizzato francese. Figlio di un
cantore della sinagoga di Colonia, mutò il cognome originario (
Eberst o Eberscht ) in Offenbach, nome della città in cui nacque
il padre. Ancora ragazzo, si dedicò al violino, quindi al
violoncello formando un trio con il fratello e la sorella. Si
trasferì nel 1833 a Parigi con tutta la famiglia ed entrò nella
classe di violoncello del Conseratorio. Divenuto un virtuoso di
questo strumento Offenbach intraprese alcune tournées che lo
resero celebre. Nominato nel 1850 direttore dell' orchestra della
"Comédie Française" ebbe l' idea di parodiare le
tragedia che dirigeva, incominciando a scrivere brevi opere in un
atto che chiamò "opéras bouffes". La fama di Offenbach.
è infatti legata alla sua attività nel campo dell’operetta di
cui viene da alcuni definito il padre. Pur avendo già composto
diverse arie e musiche di scena per vari lavori, ebbe la grande
occasione nel 1855 quando, affittato in proprio un teatro, da lui
chiamato Bouffes-Parisiens, mise in scena, con enorme successo, i
suoi primi lavori. Ampliando lo schema delle sue prime produzioni
e sfruttando la sua ironia mordente, iniziò la composizione di
una serie di fortunatissime operette come "Orphée aux
Enfers" (1858; Orfeo all’Inferno), "La Vie
parisienne" (1866; La vita parigina) e "La belle
Hélène" (1864; La bella Elena) dove viene ripresa la
divertente parodia degli dei greci già sfruttata per Orphée. Lo
scandalo che i suoi dissacranti lavori suscitavano, portando in
scena in modo caricaturale anche i malcostumi della società
dell'epoca, non ne impedì il successo, tanto che "La belle Hélène"
fu replicata in 300 serie di rappresentazioni. Lasciato nel 1866
il teatro di Bouffes-Parisiens fece rappresentare nei principali
teatri i suoi ultimi lavori: "Barbe-Belue"
(1866), "La Périchole" (1868), "Les
brigands" (1869). Nel 1873 assunse la direzione del Théatre
de la Gaîté e nel 1875 intraprese una tournée in America.
Tornato a Parigi compose ancora "Madame Favart"
(1878), "La fille du tambour-Major" (1879) e
"Belle Lurette" (1880). Compose anche un’opera
seria, Les Contes d’Hoffmann (1881; I racconti di
Hoffmann), ma non riuscì ad ultimare il lavoro iniziato, che
venne completato a Guiraud; nonostante l' incompiutezza
quest'opera è considerata il suo capolavoro, ed una delle opere
più singolari dell’ultimo Ottocento. La notorietà di Offenbach,
che fu un compositore dotato di solida preparazione, di
inesauribile e geniale inventiva, di fine umorismo e di grande
senso del teatro, fu dovuta oltre alla società dell’epoca, ben
disposta nella sua spensieratezza ad accogliere la satira feroce
di se stessa, anche ai due fra i maggiori librettisti del tempo
che lavorarono per lui: Henri Meilhac e Ludovic Halévy.
Per approfondimenti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Offenbach
Ascolta
Vai
alla pagina degli spartiti
Trova
CD
|
|
Commenta
questo articolo nel  |
|
|